Inerente

Questo inerente è il participio presente di un verbo inerire ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come in quello giuridico e filosofico, per esempio.
Oggi solo inerente è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come atti inerenti la causa, indagini inerenti il delitto si riscontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto.
Sono frasi sbagliate perché il verbo inerire, etimologicamente affine ad aderire, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non col complemento oggetto: atti inerenti alla causa, indagini inerenti al delitto.
Inerire viene dal latino inhaerère, propriamente essere attaccato e significa avere stretta connessione con qualche cosa, direttamente riferirsi, essere attinente e simili. I latini costruivano questo verbo col dativo (che corrisponde appunto al nostro complemento di termine), ma anche con l’ad e l’accusativo o con l’in e l’ablativo.
L’italiano si attiene comunemente al dativo: «Ragioni inerenti alla sostanza e all’origine delle cose» (Tommaseo); «La libertà di Dio inerisce alla sua eterna ragione» (Croce); con l’in, ormai disusato, trovo un esempio del Magalotti: «Facoltà ... inerenti in un fondo dell’istessa natura».
Niente complemento oggetto, dunque, erroraccio assolutamente da evitare. Il quale complemento, certo, deriva da un’errata analogia con altri verbi, come concernere e riguardare, che si costruiscono infatti col complemento oggetto: Atti concernenti la causa, Indagini riguardanti il delitto.

30-03-2016 — Autore: Fausto Raso