Tirare giù la buffa

Pochi, forse, conoscono questo modo di dire — per la verità relegato nella soffitta della lingua — anche se lo adoperano inconsciamente tutte le volte che si lasciano prendere dalla collera e combattono contro coloro che — a loro dire — sono rei di gravi offese. L’espressione è una metafora tratta dall’atto che facevano i cavalieri prima di effettuare un combattimento: tiravano giù la buffa, cioè la visiera.
Con la buffa calata il cavaliere si sentiva più libero, ardito e pronto a ferire e a difendersi. Il modo di dire, però, oggi ha acquisito un significato un po’ diverso: smascherarsi. Si dice, infatti, di chi a un certo punto si fa riconoscere per quello che realmente è.

07-11-2011 — Autore: Fausto Raso — permalink


Divisione sillabica speciale

I grammatici usano dividere le sillabe in aperte quando finiscono con una vocale: ma-re; te-so-ro e in chiuse quando, invece, finiscono con una consonante: al-cher-mes. Una parola può essere costituita, quindi, di tutte sillabe aperte o di tutte sillabe chiuse; la maggior parte dei vocaboli, però, è composta di sillabe che chiameremo miste (aperte e chiuse): bab-bo; sin-da-co; mam-ma; sol-do.
A questo punto il discorso ci porta a spendere due… parole sulla divisione delle sillabe in fin di riga (o di rigo); come si va a capo, insomma, con le parole formate con prefissi speciali: ben-, in-, mal-, cis-, dis-, pos-, trans- o tras-. Le parole così composte possono dividersi in sillaba senza tener conto del prefisso (che fa sillaba a sé) oppure considerare il prefisso parte integrante della parola. Ci spieghiamo meglio con un esempio. Dispiacere si può dividere considerando il prefisso sillaba a sé; avremo, quindi, dis-pia-ce-re, oppure, normalmente, di-spia-ce-re. Trastevere — altro esempio — si può dividere secondo l’una o l’altra regola: Tras-te-ve-re o Tra-ste-ve-re.
Consigliamo vivamente, a coloro che non sono in grado di distinguere con assoluta certezza i prefissi componenti, di attenersi — nell’andare a capo — alla normale divisione sillabica. Eviteranno, in questo modo, di incorrere in spiacevoli strafalcioni. In caso di dubbio si può consultare una buona grammatica dove, nel sillabo, sono riportati tutti gli argomenti trattati, messi anche in ordine alfabetico.

04-11-2011 — Autore: Fausto Raso — permalink


Una marchianata

Quando seduti a tavola davanti a un bel piatto fumante di pastasciutta arricchito di un bel po' di parmigiano o quando beviamo un buon bicchiere di marsala, sappiamo benissimo — tutti — che quel pezzo di formaggio o quell'ottimo bicchierino anche se non provengono da Parma o da Marsala, traggono i loro nomi da quei luoghi: Parma e Marsala, appunto.
Il nostro idioma è ricchissimo di parole di questo tipo, però non di tutte l'origine è così ovvia. Sarà interessante, quindi, fermarci a esaminare — piluccando qua e là — alcuni nomi di città, di regioni, di popoli entrati per questa via nella lingua usuale, quella di tutti i giorni, quella parlata, cioè, dal colto e dall'inclito (inclito, con la o, non inclita, come si legge spesso; di ciò avremo modo di parlare in seguito).
Il mondo classico, la Grecia e Roma, avevano parecchi nomi così formati; alcuni sono stati ereditati o rimessi in uso. Basti pensare, per esempio, ai fari — antichi e moderni — che traggono tutti il nome da quella torre luminosa eretta da Tolomeo Filadelfo nella mini-isola di Faro, nel porto di Alessandria. Rimanendo in tema culinario possiamo notare come numerosissime piante da frutto conservino tuttora il nome del Paese d'origine: la pèsca, che in vernacolo romano (ma anche in altri dialetti) si chiama persica viene, appunto, dalla Persia; mentre la susina viene da Susa, antichissima città dell'Impero persiano; come la cotogna trae il nome da Cidonia, città cretese.
Per quanto attiene ad alcuni nomi di materiali per costruzione abbiamo la pozzolana che, manco a dirlo, viene da Pozzuoli; mentre il travertino — propriamente lapis Tiburtinus (pietra di Tivoli) — proviene da Tivoli, una cittadina alle porte di Roma.
Il nostro idioma, però, si arricchisce di vocaboli geografici durante il Medio Evo, quando un gran numero di stoffe venivano dai mercati orientali: il damasco, dalla città omonima; la mussola da Mossùl, città della Mesopotamia; l'organdi dalla città di Urgang', nel Turchestan, importantissimo mercato della seta, e allo stesso nome si fa risalire l'organzino, vale a dire il filo ritorto di cui si fa l'ordito delle stoffe di seta.
La cugina Francia e la Fiandra ci hanno dato altri nomi di stoffe come i cambri e il popelin cui va aggiunto il nome delle famosissime tappezzerie murali — gli arazzi — che vengono dalla città di Arras, mentre il tulle dalla omonima città della Francia centrale. Gli arazzi ci hanno fatto venire in mente il baldacchino che risale al nome antico di Baldacco, l'odierna Bagdad. E che dire delle persiane, delle ottomane, delle maioliche?
Come vedete — gentili amici — non finiremmo mai di stupirci nello scoprire vocaboli geografici entrati nella lingua comune. Non possiamo, però, sottacere alcuni nomi comuni provenienti dalle nostre regioni come, per esempio, le marchiane che non sono solamente certe pregiatissime ciliegie provenienti dalle nostre Marche, ma tutto ciò che è smisuratamente grosso. Il modo di dire sembra derivi dal fatto che un tempo nelle regioni limitrofe si attribuiva ai marchigiani il vezzo di sballarle grosse; come ai guasconi i Francesi attribuiscono il primato delle guasconate.
Marchiano, infatti, citiamo dal vocabolario Treccani, significa: «grosso, o grossolano (probabilmente per estensione della locuzione ciliegie marchiane), dette solitamente di cose che sono da disapprovare per la loro grossolanità): errore, sproposito marchiano; questa è proprio marchiana; anche con uso ellittico: dire, fare delle marchiane».
E il norcino? Non vi dice nulla questo nome? Abbiamo fatto solamente pochi esempi, il tempo è tiranno. Sarà per un'altra volta. Non possiamo, però, chiudere senza prima aver disilluso quanti credono che il bergamotto e la pistola provengano rispettivamente dalla città di Bergamo e dalla città di Pistoia — come potrebbe sembrare di primo acchito — essendo vocaboli casualmente simili ai nomi delle due città: si tratta, nell'ordine, di un vocabolo turco e di uno boemo. Il primo è, appunto, il turco beg-armadi (il pero del signore), il secondo pist'ala. Come si può notare per assodare un'etimologia non basta una casuale somiglianza, occorre sempre — anche se la cosa non è di facile reperimento — una documentazione storica.
In proposito è interessante vedere quanto scrive il Deli circa l'origine della pistola: «...il tedesco importò la voce al tempo della guerra degli Ussiti (1419—1439) e la diede al francese nel secolo XVI, durante le guerre di religione, alle quali parteciparono anche i tedeschi con i loro eserciti. La pistola fu da principio uno schioppo corto che i cavalieri tedeschi, i quali introdussero i primi quest'arma in Francia (…) portavano ad armacollo, come si portano dai nostri cavalleggeri i piccoli moschetti: cangiò a poco a poco di forma, e si ridusse a tale da poterne portare due entro fonde di cuoio (…)».
Dimenticavamo la cosa più importante: pist’ala, all’origine fischietto, viene da pisk, fischio, appunto. Il pistolotto, invece, vale a dire il finale di un discorso, non ha nulla che vedere con la… pistola; viene dal latino epistola, divenuta pistola per la caduta (aferesi) della e iniziale.

28-10-2011 — Autore: Fausto Raso — permalink