La sorpresa...

Tutti conoscono, per pratica, il significato del verbo sorprendere (e i suoi derivati): cogliere all’improvviso e, in senso traslato, destare stupore, ammirazione, come per cosa improvvisa. La sua origine, manco a dirlo, è latina: superare—hendere, (prendere sopra, prendere dal di sopra). Nella bassa latinità il verbo suddetto acquisì anche il significato di ingannare e lo testimonia la locuzione, nata più tardi (con la lingua volgare), sorprendere la buona fede di qualcuno, vale a dire ingannarlo. Non tutti conoscono, invece, l’uso corretto del verbo — ed è lo scopo che si prefiggono queste noterelle — in quanto molto spesso viene adoperato a pera. Per non essere tacciati di presunzione linguistica diamo la parola al linguista Leo Pestelli, molto più autorevole dell’autore di questo articolo.
«Un grosso gruppo verbale oggi molto usato, ma non sempre correttamente, è sorprendere, sorprendente, sorpresa. L’idea sostanziale di sorprendere (voce che la nostra lingua ha in comune con la francese) è di cogliere alcuno sul fatto, d’improvviso. Pertanto nel tristo giuoco che mediante pubblici ufficiali l’un coniuge fa all’altro per convincerlo d’infedeltà, detto gruppo torna a cappello, né altro che per ironia quella che il commissario fa al signore o alla signora. Tale si potrebbe dire improvvisata, che è sì visita che non t’aspetti, ma sempre innocua e per lo più gradita. Si dice altresì bene, in senso figurato, esser sorpreso da un rumore, dalla pioggia, dalla febbre e altro che paia arrivarci improvvisamente addosso. Ma sorprendere, per far grandemente meravigliare; essere o rimanere sorpreso, o peggio ancora sorprendersi per esser colpito da meraviglia, così usati senza il necessario compimento (quale sarebbe di meraviglia, di stupore e simili) in senso compiuto e determinato, sono francesismi scrii scrii: Lo stesso è di sorprendente e di sorpresa in senso di meraviglioso e di meraviglia. Il grande Tommaseo di cui sempre sono le ragioni che capacitano, avverte che nella voce sorpresa è un’immagine piuttosto di compressione che di eccitamento: donde l’improprietà del modo destare sorpresa per destare meraviglia, ammirazione».

30-09-2011 — Autore: Fausto Raso — permalink


La corruttela...

Mai, come in questi ultimi anni, un vocabolo della nostra lingua è stato piú adoperato dai massinforma (stampa e radiotelevisioni) per mettere in evidenza il malcostume che ha imperversato (imperversa?) nel mondo politico: la corruttela, con corrotti e corruttori, naturalmente. Ma non è di questo fenomeno che intendiamo parlare, non è questa la sede adatta e non è nostro costume invadere il campo di sociologi ed esperti vari. Vogliamo parlare della “nascita” del corrotto sotto il profilo linguistico. Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: scostumato, viziato, infetto, impuro. La persona corrotta, quindi, è moralmente “infetta”, vale a dire che il suo animo è stato guastato, infettato, disfatto - naturalmente in senso figurato - perché “corrotto” non è altro che il participio passato latino del verbo “cum-rumpere” (‘corruptus’, corrotto) e vale “disfare”, “guastare”. Il corrotto, però, non sempre è... corrotto. E ci spieghiamo. Nei tempi andati (parliamo di secoli) con il termine “corrotto” si intendeva il “pianto ad hoc”, il lamento funebre che i parenti del morto “recitavano” davanti alla salma. Questa usanza la spiega magistralmente il Boccaccio nell’introduzione al “Decameron”: “Le donne, parenti e vicine, nella casa del morto si ragunavano , e quivi, con quelle che piú gli appartenevano (vale a dire con le parenti strette del defunto, ndr) piangevano...”. Lo stesso pianto che nel mondo latino “emettevano” le “prèfiche” o piagnone, con una differenza: il lamento funebre era a pagamento. Le donne dei tempi del Boccaccio, invece, svolgevano quell’ufficio gratuitamente: chi per compassione, chi per voglia di curiosare. Questo pianto, dicevamo, ebbe il nome di “corrotto”, cioè di “animo rotto”, “disfatto”, “spezzato” e deriva, appunto, dal verbo “cum-rompere”: guastare, disfare, corrompere. Con il passaggio, quindi, dall’idea di corruzione all’altra di agitazione d’animo, di tormento. Il Tommaseo, a questo proposito, azzarda l’ipotesi che il termine (corrotto) altro non sia che la... corruzione linguistica di “corruccio” (sdegno, irritazione, rabbia repressa), come dal latino ‘Cruce’ si è fatto il termine... corrotto ‘Croce’. Ma non è finita. Per estensione il “corrotto” era anche colui che indossava abiti neri, luttuosi, tanto che si diceva “vestire il corrotto”, come oggi si dice - anche se l’usanza sembra tramontata - “mettersi il bruno o il lutto”. Il corrotto “moderno” oggi piange solamente quando varca le soglie delle patrie galere; non sappiamo, però, se è un pianto... corrotto, cioè “ad hoc” o un lamento sincero di pentimento per aver... corrotto, cioè infettato il suo animo.

05-05-2011 — Autore: Fausto Raso — permalink


C'è etichetta e... etichetta

L’etichetta intesa come “cartellino apposto su bottiglie, vasetti ecc. per indicarne il contenuto” oppure la “marca di fabbricazione” ecc. e l’etichetta nell’accezione di "cerimoniale" hanno la medesima “matrice” iberica pur avendo, per l’appunto, due significati distinti? La risposta è: sì e no. Ma vediamo di spiegarci. La maggior parte degli iberismi sono entrati nel nostro idioma attorno al Seicento. Proprio in quel periodo uno squisito scrittore – anche se non molto conosciuto – si recò in Spagna per studio e per diporto. Essendo un “uomo di mondo” ebbe modo di frequentare i salotti più raffinati e alla moda di quel Paese apprendendo, così, usi e costumi che “spedì” in Italia attraverso lettere indirizzate a parenti e amici.
Proprio in una di queste lettere possiamo leggere che: “Parlando di tutto ciò che riguarda regole pratiche di una Corte, di una segreteria, io non mi valeva d’altri termini che regole, pratiche, costumi, e più correntemente d’ogni altro, stili. Al mio ritorno in Italia cominciai anch’io a dire ‘etichetta’. Può essere che si sia fatto male a profanar la lingua toscana con questo spagnolismo di più; il fatto si è però che oggi sento dire ‘etichetta’ anche da quelli che non sono stati a Madrid”. Dunque, “etichetta”, stando al Malagotti, significa, appunto, “comportamento sociale”.
Vediamo, ora, come è nata questa parola. La Corte spagnola era famosa oltre che per il suo sfarzo anche e soprattutto per la severità del suo cerimoniale, regolato da norme fissate giornalmente dagli alti dignitari secondo i dettami del re. Queste regole venivano scritte su alcuni speciali cartelli, chiamati “etiquetas”, che venivano affissi in vari luoghi del palazzo reale. Dapprima con “etiquetas” si indicò il cartello contenente le varie disposizioni reali, il cerimoniale, insomma, poi, più semplicemente il cerimoniale stesso. E in questo significato fu appreso da Lorenzo Magalotti che lo “esportò” pari pari nel nostro Paese, ottenendo un immediato successo – come si direbbe oggi – tanto che divennero subito di uso comune le espressioni come “rispettare l’etichetta”, “regole dell’etichetta”, “comportarsi secondo l’etichetta”.
Diversa per certi aspetti, invece, la provenienza dell’ “etichetta” nell’accezione di “marchio di fabbrica” e simili anche se le due ‘etichette’ sono “concatenate” tra loro. Vediamo. I nostri cugini francesi, fin dal Trecento, da un vocabolo teutonico avevano coniato un verbo, “estiquer”, che voleva significare “infliggere”, “attaccare”. Da questo verbo fecero – più tardi – un sostantivo, “estiquette”, divenuto in seguito, attraverso un processo semantico, “étiquette” che indicò dapprima, genericamente, una cosa fissata, attaccata in qualche luogo, e poi, in senso più ristretto, un “cartellino”, un distintivo attaccato a qualcosa come una bottiglia, una cassa, un sacco; insomma un qualunque recipiente con l’indicazione del contenuto. I nostri linguisti da quel termine francese foggiarono il nostro “etichetta” con il medesimo significato di “cartellino”.
Occorre dire, però, che alcuni anni prima anche gli spagnoli dallo stesso vocabolo tedesco coniarono, a loro modo, il termine “etiqueta” con il medesimo significato di “cosa attaccata”. Ecco, dunque, gentili amici, spiegato il perché del nostro “sì e no” all’inizio di queste noterelle.

25-11-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink