Esser buono da bosco e da riviera
Esser buono da bosco e da riviera, essere, cioè, una persona versatile, eclettica ma, soprattutto – in senso per lo più ironico – una persona che sa cavarsela in qualsivoglia circostanza.
Adoperata anche nella variante servire da bosco e da riviera, la locuzione fa riferimento al mondo venatorio – i cacciatori dovrebbero conoscerla – in cui è così definito un cane che si dimostra abilissimo nella caccia tanto nelle zone boscose quanto nei terreni palustri.
L’espressione è stata immortalata dal poeta toscano Giuseppe Giusti nella poesia Lo stivale.
Stare in campana
Questo modo di dire il cui significato è a tutti noto e adoperato a ogni piè sospinto quando ci si rivolge a una persona per invitarla a essere vigile e pronta, soprattutto allorché ci si trova in una situazione delicata, difficile o facilmente contestabile (stai in campana, Giovanni, tutti i sospetti, gli indizi sono contro di te) è tratto – naturalmente in senso figurato – dal gergo sportivo, precisamente dal gioco della pallacanestro.
Gli appassionati di questo sport dovrebbero conoscerlo: la segnaletica del campo di gioco presenta – davanti alla porta avversaria e sotto il canestro – una sorta di campana entro cui il giocatore deve essere molto attento, vigile, perché deve impedire all’avversario di centrare il canestro con il pallone.
Il giocatore che si trova dentro quel recinto deve, insomma, stare in... campana. Di qui, per l’appunto, l’uso figurato della locuzione.
Sulla congiunzione e
La congiunzione e, lo dice la stessa parola, per lo più ha valore congiuntivo e aggiuntivo: noi e voi. Ma ha anche un altro valore poco conosciuto: l’avversativo: l’oratore ha parlato per tre ore, e non ha detto nulla.
È un pleonasmo obbligatorio quando forma locuzioni interponendosi fra tutti e un aggettivo numerale cardinale (tutt’e cinque) o fra un participio passato e l’aggettivo bello: bell’e detto.
È un pleonasmo inutile, invece, collocare la e fra due numerali: cento e sette. Molto meglio: centosette.
Unita a un avverbio richiede il così detto raddoppiamento sintattico: eccome, eppure, ebbene, epperciò ecc.
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