Plaudo il o al?

«PDL e PD plaudono il finanziamento. Il commissario è l’ultima spiaggia», così titolava, ieri, un quotidiano a distribuzione gratuita. Allora? si chiederà qualcuno. L’allora sta in un errore.

Il verbo plaudire (o plaudere) è intransitivo e si costruisce con la preposizione a. Il titolo, quindi, avrebbe dovuto recitare: «PDL e PD plaudono al finanziamento».

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che qualche vocabolario attesta il verbo in oggetto come transitivo e intransitivo, ma la quasi totalità degli incunaboli che abbiamo consultato sono perentori: intransitivo.

20-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Scrittori di... Vaglia

Musa, tu che sei grande e potente, dall’alto della tua magniloquenza, non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate. E così sia. Questa la preghiera dei genitori che hanno a cuore l’istruzione linguistica dei propri figli. Come facciamo noi, ogni mattina, quando sfogliamo le pagine «culturali» dei quotidiani.
Ci sembra assurdo dover constatare che i così detti scrittori di vaglia (non di vaglio, come erroneamente si sente dire e si legge spesso) non tengano nella dovuta considerazione (o non le conoscono?) le regole grammaticali, inducendo in errore i giovani studenti che debbono essere plasmati dal punto di vista linguistico-grammaticale (ma non solo).
Tremiamo al pensiero che i nostri figli — seguendo l’esempio «illustre» degli autori che «fanno la lingua» — possano scrivere cassaforti e acquaforti in luogo di casseforti e acqueforti — le sole forme corrette — rimediando un bel 4 nei loro componimenti se questi sono al vaglio di insegnanti con la i maiuscola.
Stentiamo a credere che questi luminari della lingua non sappiano che i predetti sostantivi appartengono alla schiera dei nomi composti e in quanto tali formano il plurale secondo una regola ben precisa. Vediamola.
I nomi composti di un sostantivo e di un aggettivo formano il plurale mutando le desinenze di entrambi i componenti: cassaforte (cassa, sostantivo; forte, aggettivo), casseforti; acquaforte, acqueforti. L’unico vocabolario — tra i numerosissimi consultati — che ammette la forma plurale acquaforti è il permissivo Zingarelli (nell’edizione in nostro possesso, per lo meno; non sappiamo se le altre edizioni siano state emendate).
E che dire — sempre degli scrittori di vaglia — che costruiscono il participio presente inerente con il complemento oggetto e non con il complemento di termine come vuole la legge linguistica dei nostri padri latini?
Senza entrare nel merito prettamente linguistico e per non essere tacciati di presunzione sentiamo ciò che dice, in proposito, il linguista Aldo Gabrielli.


«Questo inerente è il participio presente di un verbo inerire ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come quello giuridico e filosofico, per esempio. Oggi solo inerente è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come atti inerenti la causa; indagini inerenti il delitto si incontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto. Sono frasi sbagliate perché il verbo inerire, etimologicamente affine ad aderire, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non con il complemento oggetto: atti inerenti alla causa; indagini inerenti al delitto».

Per non parlare di coloro, e chiudiamo queste noterelle, che scrivono complementarietà, elementarietà e simili, ignorando che quella e inserita dopo la i è un abuso linguistico. I sostantivi derivanti da aggettivi in –re, per meglio dire da aggettivi della seconda classe (facile, semplice) prendono il suffisso –ità, non –ietà.
Da elementare avremo, quindi, elementarità; da vario, invece, varietà. Il suffisso –ità, insomma, dal latino itas, itatis, si trasforma in –ietà quando la base (l’aggettivo) termina in –io: abitudinario, abitudinarietà; vario, varietà, per l’appunto.
Per gli scrittori di vaglia, insomma, la grammatica (e le sue leggi) non fa parte della loro cultura. Troppe parole grammaticalmente scorrette sono state immesse sul mercato della lingua da costoro tanto che alcuni termini palesemente errati sembrano, al contrario, correttissimi e viceversa.
Comproduzione, ad esempio, vocabolo correttissimo, è stato affossato da coproduzione, termine errato e messo sul mercato da gente senza scrupoli linguistici. Ci piacerebbe che qualcuno di costoro ci spiegasse per quale oscuro motivo comproprietà va bene e comproduzione no, preferendo, per l’appunto, la voce — ripetiamo — errata coproduzione. Attendiamo con ansia e gratitudine.
Noi, modestamente, insistiamo: per certi scrittori la grammatica non fa parte della loro cultura. Prendete un giornale qualunque, apritelo alle «pagine culturali» (ma non solo) e, se amate la lingua, ci darete ragione.
Gli scrittori che ci tengono, coloro ai quali piace che la s sia maiuscola, prestino attenzione se vogliono essere di vaglia (con la v minuscola) e non di... Vaglia. Vaglia, come forse saprete, è un piccolo paese della Toscana di nessuna importanza (con tutto il rispetto per gli abitanti). Uno scrittore di "Vaglia", quindi...
A buon intenditor poche parole.
19-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Grammatici e linguisti

I profani, coloro che non sono addetti ai lavori — come usa dire — ritengono che grammatico sia sinonimo di linguista e viceversa. In linea generale non hanno torto, anche se — come vedremo — c’è una piccola sfumatura nel significato dei due termini.
I vocabolari che abbiamo consultato non aiutano a capire questa sfumatura; alle voci in oggetto recitano: «grammatico, studioso di grammatica»; «linguista, studioso di lingua (o linguistica)». Al lemma grammatica leggiamo: «l’insieme delle norme che regolano la lingua». A questo punto è più che legittimo ritenere che grammatico e linguista siano termini concatenati tra loro e, quindi, sinonimi.
Le cose, però, non sono così semplici. Per carpire la notevole differenza tra il grammatico e il linguista occorre considerare la lingua, di volta in volta, da due punti di vista diversi. Ora da quello normativo — «è bene scrivere così» — Paolo Bianchi e non Bianchi Paolo; ora da quello storico-comparativo, seguendo i vari mutamenti che nel corso dei secoli hanno subito alcuni gruppi di parole e cercando di spiegarne i motivi storici, appunto.
Il primo punto, il normativo, è quello che di regola si prefiggono i grammatici e i compilatori dei vocabolari: raccomandare certe forme e certi costrutti a preferenza di altri. Ordinando il buon uso i grammatici sono — con le dovute eccezioni — molto conservatori: le parole nuove sono, in genere, snobbate e biasimate esplicitamente.
Particolarmente rigorosi, potremmo dire morbosamente attaccati alle norme, sono stati due secoli fa i così detti puristi. La loro morbosità, il loro attaccamento alle norme, procurò a quei valentuomini l’epiteto, ora scherzoso ora dispregiativo, di linguaioli.
Il secondo punto, il comparativo, è di pertinenza esclusiva della linguistica (o glottologia, i due termini hanno press’a poco lo stesso significato). La glottologia si rifà ai metodi maturati — due secoli or sono — nello studio scientifico delle lingue, vale a dire il metodo comparativo e la concezione storica.
Il glottologo (o linguista), insomma, osserva un particolare fenomeno linguistico (e lo compara con altre lingue): che l’aggettivo pronominale o possessivo, per esempio, di terza persona loro è invariabile. Una volta stabilito questo dato di fatto, cerca di darsene una spiegazione prendendo a confronto le forme più antiche, le voci dialettali, comparandole con le forme di altre lingue sorelle o affini.
Il metodo storico ci permette di vedere come alcune forme etimologicamente errate si siano saldamente radicate nell’uso e siano da considerare, quindi, perfettamente in regola con la legge della lingua. Il metodo storico, insomma, dà ragione ai portabandiera del detto l’uso fa la lingua. Un esempio?
Quando nel latino parlato — durante il periodo di transizione dalla lingua classica a quella volgare — per formare il participio passato di debere, dovere, i parlanti hanno cominciato a dire debutum (donde l’italiano dovuto), invece della forma corretta debitum, hanno imposto l’uso scorretto che è diventato… corretto. Hanno fatto un po’ come i bambini che dicono, per esempio, romputo e non rotto.
Mentre oggi, però, in casi come questi, i genitori e la scuola correggono l’errore, negli ultimi secoli dell’Impero, ma soprattutto nel Medio Evo, questa reazione non c’è stata, o per lo meno non abbastanza vigorosa, e il latino ha dato luogo alle lingue neolatine e alle forme scorrette convalidate dall’uso.
Abituati, per tanto, a esaminare fenomeni di questo tipo, i glottologi (o linguisti) hanno finito con l’assumere un atteggiamento d’indifferenza nei confronti della lingua: a considerare, per l’appunto, semplici cambiamenti quelli che i grammatici (in special modo i puristi) considerano delle vere e proprie corruzioni linguistiche.
I grammatici, insomma, sono essenzialmente conservatori; i linguisti, invece, stanno alla finestra: indifferenti che l’uso antico prevalga sul nuovo o viceversa. Per concludere, è giusta questa distinzione di ruoli, questa separazione netta fra i due punti di vista? Non crediamo, perché come insegna il vecchio adagio latino in medio stat virtus.
Il rigore assoluto dei grammatici va temperato dalla giusta considerazione che tutte le lingue con il mutare delle generazioni cambiano anch’esse.
Viceversa non bisogna prendere alla lettera il punto di vista storico, vale a dire l’indifferente storicismo che la linguistica, e con questa i glottologi, potrebbe incoraggiare.
Anche per i linguisti e i grammatici dovrebbe esserci — per il bene della lingua — un incontro sulla via di Damasco.

18-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink