Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


Indice articoli

Single? No, pulcelloni


La maggior parte degli amici che ci seguono resteranno — o se preferite resterà — con gli occhi stranulati alla vista del titolo in oggetto: pulcelloni. E hanno perfettamente ragione in quanto nessun vocabolario (in nostro possesso) attesta questa voce, che non è affatto inventata e non fa parte, quindi, dei così detti neologismi. Resteranno con il famoso dubbio amletico se non ci affrettiamo, per tanto, a spiegare loro il significato e naturalmente l’origine del termine.
Prima, però, soffermiamoci un attimo (non attimino, per carità, dio ce ne scampi e liberi) su stranulato per portare a conoscenza dei nostri lettori una figura grammaticale poco conosciuta: la metatesi, vale a dire l’inversione di lettere o fonemi all’interno di una parola. Letteralmente significa trasposizione, derivando dal greco μετάθεσις, metàthesis, tratto da μετατίθημι (metatìthemi, trasporre).
Abbiamo, quindi, per metatesi: drentoper dentro; spengereper spegnere; straportoper trasportoe... stranulatoper stralunato. Con l’occasione invitiamo i moltissimi soloni della lingua a non sedere a scranna per ritenere strafalcioni quelle parole che in realtà sono solo termini metatesistizzati.
E torniamo a pulcelloni, che appartiene a quella schiera di avverbi in -oniche la storia della lingua ha condannato come desueti. Gli unici sopravvissuti sono bocconi, carponi, tentoni, cavalcioni, ginocchioni,
penzolonie pochissimi altri; tutti adoperati, però, in modo errato facendoli precedere dalla preposizione a: a cavalcioni, a tentoni ecc.
Gli avverbi non hanno alcun bisogno di essere sorretti dalla preposizione. Si dice, per caso, Pasquale camminava a lentamente? Perché, dunque, dobbiamo sentire una bestemmia linguistica come a cavalcioni? Ma non divaghiamo e torniamo a pulcelloni, che anticamente si riferiva all’amaro tempo (oggi, fortunatamente, non è più così) del nubilato: quella donna ha vissuto tutta la vita pulcelloni, vale a dire senza marito.
È veramente una iattura che la lingua moderna abbia messo in soffitta gli avverbi in -oni— ritenuti superati dal tempo — privilegiando i termini stranieri che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, inquinano in modo considerevole l’idioma di Dante e di Manzoni. Si dirà: la lingua, come tutte le cose, invecchia e occorre dare spazio a vocaboli nuovi. Giustissimo, ben vengano i nuovi termini, purché siano italiani, non barbari.
Che bisogno c’è di dire, infatti, che quella donna vive singlequando avevamo un avverbio, o se preferite un vocabolo, tutto italiano che rendeva perfettamente l’idea della donna non sposata, pulcelloni, appunto? Ma tant’è. Arrendiamoci, dunque, al “progresso linguistico” ma condanniamo fermamente il barbarismo dilagante.
È assurdo, infatti, il dover constatare il fatto che molti giovani di oggi (ma non solo essi) conoscano perfettamente (quasi) la lingua di Albione e restino atterriti davanti a parole come sdraioni, gironi, brancoloni, sdondoloni, tutti avverbi — come pulcelloni— ritenuti da alcuni lessicografi non degni di essere lemmati nei vocabolari (non tutti i dizionari, infatti, li registrano). Non crediamo di bestemmiare se sosteniamo che anche essi — per la parte che loro compete — sono altamente responsabili dell’impoverimento della nostra lingua.
E a proposito di pulcelloni— che etimologicamente viene da pulcella(fanciulla) — sentite quanto scrive il trecentista Donato Velluti (Cronica domestica): «...Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono; stettono un gran tempo pulcelloni, con isperanza di marito...».
Oggi vivere pulcelloni, che significa anche non avere alcun rapporto matrimoniale, sembra non avere più importanza, ma quando l’avverbio nacque ne aveva (e come!) tanto che fu coniata anche un’altra parola (riferita sia agli uomini sia alle donne) per indicare le persone non sposate: pinzochero (con il femminile pinzochera) termine fortunatamente non ripudiato dai vocabolari.
L’etimologia della parola è incerta: forse da bizzoco, membro d’una setta che seguiva la regola di S. Francesco, ma vivendo da eremita. Per estensione, quindi, il termine passò a indicare tutte le persone che non erano sposate in quanto spiritualmente vivevano da eremita. Si clicchi QUI.


26-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Cuccubeoni


No, gentili amici, siete in errore se pensate che questo vocabolo, finendo in -oni, faccia parte di quella schiera di avverbi tipo pulcelloni ripudiati dai vocabolari perché bollati come desueti e... inutili. In lingua nessuna parola è inutile.
Dobbiamo, però, rassegnarci di fronte a questo stato di cose e aprire il nostro “cuore” al progresso linguistico che — come tutti i processi — è inarrestabile. Guai, se così non fosse. Ci dispiace, però — e non vorremmo essere ripetitivi — constatare il fatto che in nome del progresso, linguistico naturalmente — i dizionari chiudano le porte a molte parole che nel corso dei secoli hanno fatto la storia della nostra lingua.
È il caso di cuccubeoni (meglio cuccubeone) — non più riportato da buona parte dei vocabolari, appunto — che quando è nato indicava una maschera carnevalesca, di moda nella Firenze medicea. L’etimologia non è molto chiara, anzi sconosciuta.
Si sa che è un nome, scaturito dalla fantasia popolare, con il quale si indicava una maschera mostruosa e da far paura, come ci è dettagliatamente descritta dal Lasca, pseudonimo dello scrittore fiorentino Anton Francesco Grazzini (uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca), nella novella sesta della seconda Cena (raccolta di 12 novelle, raccontate in tre serate da cinque giovani e cinque donne e che hanno per argomento beffe, avventure d’amore, storie comiche e tragiche):
«E in su la vetta della croce era una mascheraccia contraffatta, la più spaventosa cosa del mondo, la quale in cambio d’occhi aveva due lucerne di fuoco lavorato, e così una per bocca, che ardevano tutte, e gettavano una fiamma verdiccia molto orribile a vedere; e mostrava certi dentacci radi e lunghi, con un naso schiacciato, mento aguzzo, e con una cappelliera nera ed arruffata, che avrebbe messo paura, non che a Caio e al Bevilacqua, ma a Rodomonte e al conte Orlando; e in su quelle pile vuote che riescono in Arno rasente le sponde, l’uno di qua e l’altro di là stavano così divisati in agguato e alla posta; e questi animalacci così fatti erano allora chiamati ‘cuccubeoni’».
Questi cuccubeoni, dunque, erano acconci a ordire beffe e quindi utili in qualunque stagione della Firenze dei Medici: andavano a spreco durante il carnevale, frammisti ad altri animalacci mostruosi allestiti per l’occasione. Il termine piacque moltissimo e fu affibbiato per secoli alle persone dall’aspetto poco... rassicurante e registrato nei vocabolari fino a quando — non si sa perché — qualche “Pierino della lingua” decise, motu proprio, che il vocabolo era superato dai tempi e andava, quindi, messo in soffitta.
Noi, ci sia consentito dirlo, non la pensiamo affatto così e riteniamo che i vocabolari debbano attestare tutti i termini del nostro idioma e specificare, eventualmente, che si tratta di una voce desueta.
E a proposito di voci desuete, come non ricordarne un’altra — anch’essa relegata in soffitta — che si riferiva a persone che potremmo definire mostri: tantafèra. Vediamo assieme la sua nascita e la sua... morte.
Questo termine, dunque, presenta due accezioni distinte (una sola, però, snobbata dai compilatori dei vocabolari). La prima si ricollega a cuccubeoni perché con tantafèrasi indicava uno spauracchio che compariva nelle mascherate del carnevale. Sempre secondo il Lasca sarebbe un nome composto con tantae con fera in cui tanta sta per sì grande e fera per fiera, cioè animale. Alla lettera, quindi, la tantafèra è una grandissima fiera, cioè un animalaccio, un mostro.
L’altra accezione — questa sì registrata nei vocabolari — si riferisce a una persona che potremmo definire logorroica in quanto la tantafèra (o tantaferàta) è un ragionamento, un discorso lungo e noioso, vuoto e sconnesso.
I lettori toscani dovrebbero ben conoscere questa voce popolare nata nella loro terra, anche se l’etimologia è incerta e non ha nulla che vedere con l’altra tantafèra, cioè con l’animale. Secondo alcuni linguisti proverrebbe dalle voci tedesche tand, inezia, e thuhe, carrettata.
Alla lettera, dunque, tantafèra o tantaferàta varrebbe una carrettata d’inezie. Proprio come le carrettate di coloro che parlano a lungo e a sproposito.
Libri in cui si può trovare cuccubeoni.


23-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Capitolare...


Ci scrive Ottavio L. da Ravenna: «Cortese dott. Raso, la seguo da tempo e trovo le sue noterelle oltre che interessanti utilissime e impareggiabili. Le scrivo per una curiosità. Perché si dice “capitolare” quando qualcuno si arrende al nemico? Che cosa c’entrano i capitoli? Grato se vorrà rispondermi».

Gentilissimo Ottavio, le potrà sembrare strano, ma i capitoli, in un certo senso, c’entrano.
Il vocabolo in questione, inoltre, oltre che verbo è anche aggettivo e sostantivo.
Molto meglio di me, le “risponderanno” Ottorino Pianigiani e Aldo Gabrielli, cliccando su
capitolare.


22-06-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink



Articoli più recentiIndice articoliArticoli precedenti