Albo notanda lapillo (giorno da segnare con una pietra bianca)
I cortesi lettori digiuni di latino ci perdoneranno se segnaliamo questa locuzione latina che significa giorno fortunato, uno di quelli da segnare sul calendario.
Quante volte vi sarà capitato di esclamare: che avvenimento, bisogna scriverlo sul calendario! Quest’espressione latina si adopera, quindi, allorché si vuole mettere in risalto un giorno gaio come quello, per esempio, in cui si riceve una visita gradita e inaspettata.
Per i Latini il colore nero era simbolo di sventura, mentre il bianco era il simbolo della felicità, tanto è vero che, in un processo, per dare il voto di condanna o di assoluzione si servivano di sassolini neri o bianchi.
L'alfabeto
Forse mai nessuno di noi si è soffermato a riflettere sull’importanza dell’alfabeto (dalle lettere greche alfa e beta) che, come recitano i vocabolari, indica una serie ordinata dei segni grafici che rappresentano i suoni vocalici e consonantici di una lingua.
Senza questa serie ordinata di segni sarebbe veramente impossibile consultare un vocabolario o un elenco telefonico. Galileo Galilei ci parla di questa serie ordinata di segni perché nel 1633 aveva intuito l’importanza di questo meraviglioso fenomeno della combinazione delle lettere dell’alfabeto.
«Io ho un libretto nel quale si contengono tute le scienze, e con pochissimi altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l’alfabeto; è non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa o quella vocale con quelle consonanti o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutt’i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci ed insomma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che sulla tavolozza siano né occhi né penne né squame né foglie né sassi».
Parole a... piede libero
Breve viaggio — senza una meta prestabilita — attraverso il vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole di uso comune, quelle che adoperiamo quotidianamente, per pratica, il cui significato nascosto non è sempre chiaro a tutti. Prendiamo delle parole che ci vengono alla mente, così, senza una logica predeterminata.
Cominciamo dalla nostalgia. Avreste mai immaginato che quel desiderio intenso per qualcosa che si è lasciato temporaneamente o per sempre, la nostalgia, appunto, è un dolore tutto nostro? Se analizziamo il termine dal punto di vista etimologico scopriamo che il vocabolo è composto con le voci greche νόστος (nòstos, ritorno) e άλγία (algia, sofferenza, dolore). La nostalgia, letteralmente dunque, è un forte dolore provocato dalla sofferenza (algia) data dal desiderio del ritorno (nòstos) ai propri luoghi o ai propri cari. Quando la parola nacque era adoperata esclusivamente nel linguaggio medico; solo verso la fine dell’Ottocento cominciò a essere impiegata nel parlare di tutti i giorni nel significato attenuato di rimpianto: ho nostalgia del mio paese, vale a dire rimpiango il mio paese e soffro dal desiderio di tornarvi.
E a proposito di medicina e di medico (altra parola di tutti i giorni), se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: «colui che cura le malattie che non richiedono intervento chirurgico». La nostra sete di sapere, però, non è soddisfatta in quanto il dizionario non ci ha svelato il significato nascosto del termine.
Insomma, chi è questo medico? È il latino medicu(m), tratto dal verbo mederi (riflettere), quindi curare (dopo aver riflettuto). Il medico, insomma, rifletteper poter curare.
La persona, invece, che non riflette o, peggio, che non ragiona, nel linguaggio comune viene definita folle. Anche questo termine viene dal latino folle(m) (cuscino gonfio d’aria). Di qui, in senso figurato, il vocabolo è passato a indicare una testa piena d’aria, quindi vuota e chi ha la testa vuota non è in grado di connettere, di ragionare è, quindi, un… folle.
Lasciamo i pazzi e occupiamoci di due termini militari: caporalee sergente. Per questi ci affidiamo alle sapienti note di Aldo Gabrielli, insigne linguista. “…Non occorre essere esperti di lingua per sentire subito, così ad orecchio, che ‘caporale’ risale alla parola ‘capo’ (…) e può quindi vantare una stretta cuginanza con ‘capitano’.
In origine, anzi, il capitano era soggetto al caporale, appellativo generico di chi esercitava un comando (…). Caporali del popolo erano a Firenze quei cittadini che il popolo eleggeva ogni anno a tutela dei propri diritti contro l’aristocrazia; e infatti lo storico del Trecento Giovanni Villani, nella sua ‘Cronaca’ ci parla ‘delli maggiori e più possenti caporali dell’annata’; e ci fa anche sapere che i caporali comandavano su quarantamila sergenti’.
Davvero una gerarchia in evoluzione. Del resto non dimentichiamo che Napoleone si fregiò del titolo di ‘caporale’ di Francia. E non soltanto Napoleone. Il ‘sergente’ invece ebbe (…) un’origine piuttosto oscura. Il nome, infatti, è una semplice variante di ‘servente’, participio presente del verbo ‘servire’, influenzato dall’antico francese ‘sergent’, cioè ‘colui che serve’, un servo”.
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