Mettere uno sulle roste
... vale a dire metterlo alla berlina. Questo modo di dire è poco conosciuto derivando da un vocabolo raramente usato: la rosta, appunto.
Il termine, intanto, proviene dal longobardo hrausta (frasca) ed è una sorta di ventaglio fatto di frasche o anche di cartoncino a forma di quadrilatero che si usava all’inizio del secolo scorso.
Quando veniva azionato metteva in evidenza figure, molto spesso burlesche, o poesie satiriche disegnate o scritte sulle due facce da pittori e letterati dell’epoca che mettevano, così, alla berlina, vizi e cattive usanze.
Metaforicamente, quindi, si mettono sulle roste le persone da satireggiare per i loro cattivi comportamenti.
Acme e... acne
Si presti attenzione all’uso corretto di questi sostantivi che non sono, come molti credono, una variante l’uno dell’altro (come lo sono i vocaboli barbari comfort e confort, anche se provengono da lingue diverse).
Innanzi tutto sono entrambi di genere femminile. Il primo, acme, indica, come dicono i vocabolari, il punto culminante di qualcosa (che si muove): l’acme della febbre; l’acme del successo. Acme, insomma, significa vertice, apice.
L’acne, invece, è una malattia della pelle che si manifesta con pustole.
Inerente
Questo inerente è il participio presente di un verbo inerire ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come in quello giuridico e filosofico, per esempio.
Oggi solo inerente è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come atti inerenti la causa, indagini inerenti il delitto si riscontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto.
Sono frasi sbagliate perché il verbo inerire, etimologicamente affine ad aderire, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non col complemento oggetto: atti inerenti alla causa, indagini inerenti al delitto.
Inerire viene dal latino inhaerère, propriamente essere attaccato e significa avere stretta connessione con qualche cosa, direttamente riferirsi, essere attinente e simili. I latini costruivano questo verbo col dativo (che corrisponde appunto al nostro complemento di termine), ma anche con l’ad e l’accusativo o con l’in e l’ablativo.
L’italiano si attiene comunemente al dativo: «Ragioni inerenti alla sostanza e all’origine delle cose» (Tommaseo); «La libertà di Dio inerisce alla sua eterna ragione» (Croce); con l’in, ormai disusato, trovo un esempio del Magalotti: «Facoltà ... inerenti in un fondo dell’istessa natura».
Niente complemento oggetto, dunque, erroraccio assolutamente da evitare. Il quale complemento, certo, deriva da un’errata analogia con altri verbi, come concernere e riguardare, che si costruiscono infatti col complemento oggetto: Atti concernenti la causa, Indagini riguardanti il delitto.
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