Gli attributi maschili
Alcuni amici lettori si domandano e domandano per quale motivo quando si vuole mettere in risalto la stupidità di una persona o la nullità di un cosa si ricorre agli attributi maschili. Non si dice, infatti, che quella cosa “non vale un...” e che quell’individuo è un “emerito testa di...”?
Il perché di queste espressioni triviali si perde nella notte dei tempi: da che mondo è mondo, chissà perché, gli organi genitali, nell’immaginario popolare, sono sempre stati considerati sinonimo di imbecillità e di nullità.
Ce lo confermano due parole — fra le tante — di uso comune, anche se dal sapore volgare: fesso e fregnone.
La prima è voce è napoletana, tratta da fessa, l’organo femminile, la seconda, con la variante eufemistica frescone, è l’accrescitivo romanesco di fregno, l’organo maschile.
C'è filo e... filo
Siamo rimasti sconcertati nel sentire una discussione tra alcuni studenti secondo i quali filobus, sotto il profilo etimologico, significa amante del bus, amico del bus.
Costoro sostenevano, infatti, che se filantropo significa amico dell’uomo, filobus è... amico del bus. Che sciocchezze, giovanotti. C’è filo e... filo.
Il filo che forma la parola filantropo è un prefisso di origine greca, φίλος (philos), derivato del verbo φιλέω (philèo, amare) e serve per la formazione di parole composte che indicano — a seconda dei casi — amore, amicizia, cultura per qualcosa: filosofia, amore per la scienza, per la sapienza.
L’altro filo, invece, proviene dal latino filu(m) e serve per la formazione di termini composti che designano un mezzo di trasporto o una comunicazione mediante un filo: filovia, filodiffusione, filobus ecc.
Imperfezioni orto-sintattico-grammaticali
Pilucchiamo qua e là, senza un preciso ordine logico, ma come ci vengono alla mente, dal linguaggio comune alcuni strafalcioni o imperfezioni orto-sintattico-grammaticali che gli amatori della lingua devono assolutamente evitare.
Cominciamo con il verbo tenere adoperato, il più delle volte, con il significato di possedere, avere. Tale uso è da non seguire essendo di carattere prettamente dialettale; il significato proprio (e corretto) del verbo è sostenere. Non si dirà, per tanto, tengo una bella casa ma, correttamente, possiedo una bella casa. Da evitare anche — se si vuole parlare e scrivere bene — la locuzione tenere il letto nel senso di stare, rimanere a letto.
Questo verbo, inoltre, non è sinonimo — come molti erroneamente credono - dei verbi reputare, stimare e giudicare. Le espressioni comuni, quindi, tenere in molto o poco conto, tenere in molta o poca considerazione una persona sono da gettare, decisamente, alle ortiche.
Sì, sappiamo benissimo che molte grandi firme le adoperano a ogni piè sospinto, ma sappiamo, anche, che molte grandi firme usano la lingua a loro piacimento: non rispettano assolutamente le più elementari norme grammaticali. Voi, amici lettori amanti della lingua, non seguite questi esempi deleteri.
Non adoperate — come abbiamo letto in una grande firma del giornalismo, che non nominiamo per carità di patria, il verbo tenere nelle accezioni di: importare, desiderare, volere, premere. Sono tutte forme dialettali e di conseguenza orrendamente scorrette in uno scritto sorvegliato.
Ancora. Il verbo marcare, che etimologicamente sta per segnare, contrassegnare con marchio, bollare, non si può adoperare — sempre che si voglia parlare e scrivere correttamente — come sinonimo di annotare, prendere nota, registrare o con il significato, obbrobrioso, di rimarcare con la voce. In quest’ultimo caso ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: accentuare, caricare, rafforzare.
E finiamo con l’aggettivo marrone che non va mai pluralizzato. Diremo, quindi, guanti marrone; scarpe marrone (non marroni) in quanto si sottintende del colore del marrone, cioè del frutto del castagno: due vestiti (del colore del) marrone.
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