La sobrietà
Oggi vogliamo parlare della sobrietà, di una di quelle parole di tutti i giorni, adoperata per esprimere il concetto di moderatezza, temperanza nel mangiare ma soprattutto nel bere e usata, in senso figurato, per indicare la riservatezza in un affare. Cos’è, dunque, questa sobrietà? È l’antitesi dell’ubriacatura. Etimologicamente, infatti, è la non-ubriacatura.
È un sostantivo tratto dal latino sobrius, composto con la particella so (se), voce antiquata per sine (senza) ed ebrius (ubriaco). A questo punto è necessario, per una migliore comprensione, spendere due parole sul termine ubriaco, viso che ha partorito (per antitesi) la sobrietà.
Anche questo vocabolo proviene dal latino, ebrius, voce che i Romani avvicinarono a bria e ebria che indicavano un vaso vinario.
Una pagella piena di quattri
Forse qualcuno — e qualche pseudolinguista — strabuzzerà gli occhi nell’apprendere che gli aggettivi cardinali due, tre, quattro, cinque, sette e otto se considerati come sostantivi possono, in via familiare e scherzosa, soprattutto nell'uso toscano, avere una forma particolare plurale: dui, trei, quattri, cinqui, setti e otti.
Un genitore che abbia voglia di scherzare sulla bocciatura del figlio potrà dire che quest’ultimo ha riportato una pagella piena di quattri e, nessuno, naturalmente, potrà tacciarlo di ignoranza linguistico-grammaticale.
Sono di un’ignoranza crassa, invece, coloro — e non sono pochi, anche tra le grandi firme — che non accentano la e dei numeri composti: ventitré, cinquantatré, ottantatré e via dicendo.
E concludiamo con una raccomandazione: i numeri cardinali dal 21 al 99 si scrivano uniti: ottantacinque; centinaia con unità e con decine, meglio unite che separate: centoquarantacinque; migliaia con unità o con decine o con centinaia, di gran lunga preferibili separate che unite: mille e tre; mille centoventi.
Due parole sulle ore, anche se non rientrano nell’argomento trattato. Per dividere le ore dai minuti non si adoperi la virgola, bensì il punto o i due punti: le 15.30 oppure le 15:30. Non si tratta, infatti, di numeri decimali ma di sessantesimi. Gli orologi digitali non vi dicono nulla?
Il progresso linguistico
Il nostro mestiere di censore della lingua (scelto per vocazione, s’intende) presta il fianco agli attacchi da parte dei soliti soloni che ritengono essere gli unici depositari della verità, quella della lingua, naturalmente: costoro ci accusano di conservatorismo linguistico e di volere, a tutti i costi, il rispetto di alcuni canoni che il tempo e il non-uso hanno definitivamente cancellato.
Per costoro, insomma, che si definiscono progressisti della lingua, attraverso le nostre noterelle riportiamo il nostro idioma ai tempi di Dante. «La lingua, per bacco!, si evolve — sostengono — ciò che era ‘legge linguistica’ cinquant’anni fa è stato superato dall’uso, è l’uso che fa la lingua». E quest’uso ha indotto alcune Università a organizzare corsi di recupero per studenti analfabeti. Ai nostri detrattori, in maggioranza giornalisti (coloro, quindi, che usano la lingua quotidianamente e la dispensano) rispondiamo rispolverando alcune nostre modeste noterelle.
Siete voi, amici carissimi, i conservatori della lingua; siete voi, non noi, ad adoperare un linguaggio cinquecentesco. Una riprova? La squadra è stata sfortunata, che jella!; Una jattura ci perseguita, non riusciamo a vincere su quel campo; Naja volontaria per le donne; La società ha ottenuto una fidejussione; La crisi dell’ex Jugoslavia. Potremmo continuare, ma ci fermiamo qui per non tediarvi oltre misura.
Come potete vedere, sono tutti titoli presi a caso da alcuni quotidiani, e tutti hanno lo stesso denominatore comune: parole contenenti la j anziché la vocale corretta italiana i. La J è scomparsa dal nostro alfabeto ed è rimasta in uso solo in alcuni nomi propri (Jacopo); fu introdotta, nel Cinquecento, da Gian Giorgio Trissino, e si adoperava quando era iniziale di una parola seguita da vocale o iniziale di sillaba: jattura; aja; fornajo.
Oggi nessuno scrive più jeri o noja, non vediamo, quindi, perché si debba scrivere naja, jattura ecc. Il Trissino sarebbe considerato, oggi, un conservatore della lingua, anche se resta suo il merito di avere imposto la necessaria distinzione di grafia delle lettere V e U. Noi non siamo progressisti? A voi, amici lettori, la risposta.
Siamo conservatori della lingua perché pretendiamo che siano rispettati alcuni canoni sacri del nostro idioma? Affosseremmo la lingua perché insistiamo, per esempio, nel pretendere il rispetto del dittongo mobile? Coloro che si dichiarano progressisti della lingua sostenendo che questa si evolve, ed evolvendosi si semplifica, dovrebbero sapere che la tendenza della lingua moderna e progressista è di abolire il dittongo dove dovrebbe esserci, per snellire la lingua stessa: gioco è meglio di giuoco, così come figliolo è meglio di figliuolo.
Non riusciamo a capire, quindi, per quale oscuro motivo i semplificatori della lingua, quella che si evolve, mettano il dittongo dove per legge grammaticale non dovrebbe, anzi, non deve esserci e viceversa: suonavo; siederò; muovevo; nuocevo; promuovendo. Quante volte i nostri contestatori hanno scritto (e scrivono), per esempio, che «la riunione è stata ‘infuocata’» e che «il giudice sta ‘promuovendo’ l’azione penale»? Gli amatori della lingua sanno benissimo che infuocata e promuovendo sono errori, anzi... orrori. Ma tant’è.
Gli evoluzionisti della lingua fanno orecchi da mercante e mettono il dittongo là dove non occorre, appesantendo la lingua, non evolvendola come sostengono (con un pizzico di ipocrisia?). No, amici, rimandiamo al mittente le accuse: gli affossatori della lingua siete voi, con gli strafalcioni che quotidianamente ci propinate.
Tempo fa una grande firma, ospite alla televisione, ha detto (citiamo a memoria): «Bisogna finirla col pretendere dai giornali la correttezza del linguaggio; chi vuole una lingua ‘pulita’ legga i testi universitari» (certi docenti di oggi...). Cosa rispondere? Nulla. Non ci sono parole, anzi, ci sarebbero, ma le teniamo per noi.
Diciamo solo, e insistiamo, che i giornali hanno l’obbligo morale di rispettare alcune regole elementari che... regolano la nostra lingua, come quella che proibisce l’uso del verbo iniziare se non c’è un soggetto animato. In casi dubbi si può ricorrere al verbo cominciare (o incominciare). In questo caso, però, nasce un altro problema sull’uso corretto del futuro: comincerà o comincierà? Con o senza la i? Questo è il dilemma!
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