Tagliare la testa al toro
Chi non conosce questo modo di dire, adoperato in senso figurato, che si tira in ballo allorché si adotta una soluzione netta e definitiva; oppure quando si prende una decisione drastica, anche se questa comporta un danno irreparabile o una definitiva rinuncia?
La locuzione ha due diverse spiegazioni. La prima è intuitiva: quando il toro (nelle corride) viene ferito mortalmente, per non farlo soffrire gli si taglia la testa.
L’altra, divertente, si rifà a un racconto popolare e, quindi, di autore ignoto. Si narra, dunque, di un toro che un bel giorno si infilò con la testa in un orcio e non riusciva più a uscirne.
Il contadino, proprietario del recipiente, non volendo assolutamente rompere il vaso per liberare l’animale si rivolse a un amico per un consiglio. Questi non trovò altra soluzione che tagliare la testa al toro e il contadino poté, così, salvare la sua giara.
E a proposito di toro, quanti di voi, spesso, sono costretti a prendere il toro per le corna quando debbono affrontare e risolvere un problema con decisione? Questo è, infatti, il senso dell’espressione su detta. Sembra, infatti, che il modo ottimale per non farsi infilare dal toro o da qualunque altro animale provvisto di corna sia proprio quello di afferrarlo per le... corna, in modo da immobilizzargli la testa. Di qui l’uso figurato della locuzione.
Squallido…
Sperando di non cadere nella pedanteria ci piace spendere due parole, due, su un aggettivo che, a nostro modesto avviso, andrebbe adoperato solo in senso proprio (anche se i vocabolari ci danno... torto): squallido.
Le cronache dei giornali sono un esempio lampante dell’uso improprio dell’aggettivo su menzionato. Il vocabolo, dunque, significa rozzo, sudicio e simili essendo tratto dal latino squalidus, dal verbo squalere (essere aspro, ruvido).
È adoperato correttamente, quindi, in frasi tipo è proprio una casa squallida, cioè misera, rozza, arredata con mezzi di fortuna.
La stampa, ma non solo, ne fa un uso metaforico adoperandolo, a ogni piè sospinto, con considerazioni morali: «il delitto è maturato nello squallido ambiente della prostituzione; l’imputato ha svolto un ruolo di primo piano in quella squallida vicenda».
Squallido, è bene precisarlo, è tutto ciò «che si trova in uno stato d’abbandono e di miseria, tale da infondere tristezza»; l’uso eccessivo in senso metaforico ha reso quest’aggettivo... squallido. Non sarebbe il caso di adoperare, volendo fare un apprezzamento morale, i più appropriati sostituti avvilente e deprimente? «Una vicenda avvilente, un ambiente deprimente». Sappiamo benissimo di... predicare al vento. Non si sa mai, però...
Etimo.it - squallido
Il più presto o al più presto?
A questo punto, ci domandava e si domandava un amico: «Dando per corretta la prima versione, dovrò dire che il lavoro riprenderà l’alba?». Sciogliamo subito il dubbio: entrambe le versioni sono corrette. E facciamo anche la prova del nove: si può dire «le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile» perché si può dire «le trasmissioni riprenderanno il 20 novembre»; si può dire, altresì, «le trasmissioni riprenderanno al più presto...» perché non è errato dire «le trasmissioni riprenderanno alle 16.30». Non esiste, dunque, una norma grammaticale, è solo questione di gusto.
L’avverbio di tempo presto nella forma del superlativo relativo diventa una locuzione avverbiale che può essere introdotta tanto dall’articolo il quanto dalla preposizione articolata al.
Personalmente preferiamo al perché il complemento di tempo determinato è introdotto, generalmente, dalle preposizioni a, in, di, su, circa: verrò da te alle 17.00; le rose sbocciano a maggio; sarà qui in cinque minuti.
Al più presto possibile rispecchia fedelmente, per tanto, il predetto complemento di tempo determinato che... determina, appunto, sia pure approssimativamente, il tempo o il momento in cui l’azione espressa dal predicato si è svolta o si svolgerà.
Si riconosce facilmente perché risponde alle domande sottintese «quando?, in che momento?» ed è rappresentato da un nome o da un’altra parte del discorso preceduta dalle preposizioni su accennate. Può essere rappresentato anche da un solo avverbio (oggi, domani, ieri) o da una locuzione avverbiale (lì per lì). Può essere anche espresso, in alcuni casi, da un sostantivo preceduto dall’articolo: il pomeriggio; la sera; il mattino. Sono errate, quindi (anche se alcuni vocabolari...), le espressioni alla sera per la sera; al mattino per il mattino; al pomeriggio per il pomeriggio e via dicendo.
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