Essere una remora (avere delle remore)

Questo modo di dire — usato anche nelle varianti farsi delle remore, vincere le remore, superare le remore, avere delle remore — significa, come si sa, essere d’impaccio, costituire un ostacolo, essere di freno, sia in senso fisico sia in senso morale.
Quante volte diciamo, inconsciamente, non avere  remore, agisci come credi, vale a dire non indugiare, non mettere un freno alle tue azioni? Qual è l’origine dell’espressione, dunque? È un po’ controversa, per la verità.
Alcuni danno al termine remora, trasportato pari pari dal latino all’italiano, il medesimo significato che aveva nella lingua originaria: ritardo, indugio, dilazione. E in questo caso si adopera, infatti, in espressioni del tipo concedere una remora al pagamento, concedere una remora all’applicazione di un accordo.
Altri, invece, fanno derivare la locuzione dal nome di un pesce, della famiglia dei Teleostei, lungo circa 40 cm, il cui dorso presenta una specie di ventosa che gli permette di attaccarsi agli altri pesci o alle imbarcazioni “frenandone” la corsa.
Quest’ultimo punto, però, è solo un’antica credenza ricordata anche dal Manzoni nel suo capolavoro. Colui che ha delle remore, dunque, in senso traslato ha un pesce che lo induce a rallentare un movimento o a porre un freno alle sue idee.

Dizionari Repubblica.it - remora
Etimo.it - remora

15-01-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Condurre al talamo e contaminarlo

Tutti i lettori coniugati hanno messo in pratica la prima espressione (condurre al talamo); pochi, tra questi, ci auguriamo, la seconda (contaminarlo).

Perché si adoperano questi modi di dire? Perché il talamo (dal greco θάλαμος, thàlamos) nell’antica Grecia indicava la camera da letto all’interno di una casa e, in seguito, per estensione la camera matrimoniale e lo stesso letto.

Figuratamente, quindi, condurre al talamo significa sposare, prendere in matrimonio e si riferisce particolarmente all’uomo nei confronti della donna.

Colui che contamina il talamo, invece, sempre figuratamente, commette (anzi: commetteva) adulterio contaminando il letto (talamo) coniugale

14-01-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Furtare

Ci scrive Rossano A. da Macerata «Gentile dr Raso, si potrebbe dire — secondo lei — furtare, riferito a una persona che ruba, che compie un furto? Pasquale ha furtato trentacinquemila euro. Tutti i vocabolari che ho consultato, però, non lo riportano. Grazie della sua attenzione. Cordialmente».

Cortese Rossano, il verbo che lei propone si potrebbe inserire tra le parole da salvare perché esisteva ed è stato relegato nella soffitta della lingua.
Furtare è attestato nel Vocabolario degli Accademici della Crusca (1741) e nel dizionario del Tommaseo-Bellini che, però, già lo dava come desueto.
Ancora prima si trova  in un certo periodo della storia del nostro idioma scritto, in testi due e trecenteschi. Ecco Ugieri Apugliese: «So’ leale e so furtare, / spender saccio e guadagnare».
Non manca nel Boccaccio: «Io perdon più fiate acquistai, / non per mio operar, ma per colui / pietà a cui la figlia già furtai».
Se vuole il mio parere (per quello che può valere), quindi, lo adopererei senza difficoltà alcuna per riportarlo agli antichi splendori linguistici.

Dizionario.org - furtare

13-01-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink