Reggere il o reggere al?

Il Barça trionfa a Roma. Caos, feriti e arresti ma la città regge l’urto.
Questo titolo, che campeggiava sulla prima pagina del quotidiano E Polis di alcuni giorni fa, contiene un errore o, per lo meno, un’improprietà — a nostro modo di vedere — che va immediatamente emendato per non indurre in... errore le persone sprovvedute in fatto di lingua. Qual è l’errore, dunque? La costruzione errata del verbo.
Il verbo reggere, in questo caso, si costruisce con la preposizione a perché è intransitivo e sta per resistere, sopportare e simili: la città regge all’urto.
Siamo spalleggiati in ciò dal vocabolario Treccani in rete, leggendo l’accezione 3 del verbo in oggetto: Treccani.it - reggere e dal Garzanti in linea:
«reggere
/intr/. [aus. /avere/]
1 resistere, sostenere, sopportare (anche fig.): reggere al freddo, alla fame, alla fatica; non reggere a un attento esame | non reggere al confronto, al paragone, sfigurare al confronto con altre cose o persone | non reggere allo scherzo, offendersi | non mi regge l'animo, il cuore di fare, dire qualcosa, non ho il coraggio | la testa, la memoria non gli regge, non resiste a uno sforzo intellettuale | l'obiezione, l'accusa, il ragionamento non regge, non ha consistenza, non resiste a un esame.»

14-09-2013 — Autore: Fausto Raso — permalink


Cortocircuito o corto circuito?

Entrambe le grafie sono corrette. Da preferire quella univerbata.

Nel primo caso (parola unica) nella forma plurale cambia solo la desinenza di circuito: cortocircuiti; nella grafia scissa mutano entrambe le desinenze: corti circuiti.

Una curiosità (che ci conforta): con /Google/ cortocircuito: 628.000 occorrenze, corto circuito: 436.000 occorrenze.

07-09-2013 — Autore: Fausto Raso — permalink


Una folla irruenta

Due parole due su un aggettivo che buona parte dei vocabolari della lingua italiana dà per corretto (anche se con la dicitura meno comune o meno bene, come nel caso del DOP), mentre corretto non lo è affatto: irruento.
Anche in questo caso la stampa ha la sua buona parte di colpa in quanto avalla una parola che in buona lingua italiana non esiste. Leggiamo spesso, infatti, frasi del tipo «il signor Giuseppe lo apostrofò con tono irruento»; oppure «una folla irruenta si precipitò fuori dello stadio in cerca di scampo».
Ambedue le frasi sono errate perché il nostro idioma non contempla l’aggettivo irruento (con il relativo femminile irruenta).
Questo aggettivo, dunque, tanto bistrattato non appartiene alla schiera degli aggettivi della prima classe (come buono, per esempio) ma a quella della seconda classe (come facile) e ha un’unica desinenza, la -e, tanto per il maschile quanto per il femminile. Con un unico plurale, naturalmente, che è irruenti. Si dirà, per tanto, tono irruente e folla irruente.  Perché?
L’aggettivo in oggetto discende dal participio presente latino irruente(m), derivante da irruere (irrompere, correre contro). È, quindi, un aggettivo derivato da un participio presente come, per esempio, volente che nessuno, crediamo (ma non si sa mai...), muterebbe in volento.
Perché, dunque, dobbiamo leggere quell’orribile irruento con l’altrettanto orribile femminile irruenta?

31-08-2013 — Autore: Fausto Raso — permalink