Il divano e la poesia

Avreste mai immaginato, gentili lettori, che il divano sul quale ci sediamo la sera, tornando a casa stanchi dal lavoro, ha una strettissima relazione con la poesia, quella orientale in particolare? Il termine divano ci è giunto, infatti, dal turco diwàn, di origine persiana. Ma cosa c'entra la poesia? Andiamo con ordine.
Il diwàn nell'antico impero ottomano stava a indicare il consiglio dei ministri; in seguito, per estensione, indicò anche il libro o registro dove venivano trascritte le loro importanti decisioni. Con il trascorrere del tempo, e come accade sempre per le questioni di lingua, si pensò di chiamare – sempre per estensione – diwàn anche la sedia sulla quale sedevano i ministri durante le loro riunioni.
Giunti a questo punto, poiché il diwàn indicava (come abbiamo visto) un libro di una certa importanza – racchiudeva, appunto, le decisioni dei ministri – si decise di chiamare diwàn il libro nel quale erano raccolte tutte le poesie, in ordine alfabetico o cronologico, di un importante poeta (o scrittore) orientale.
Il sinonimo sofà, invece, è giunto a noi dal francese sofa e questo dall'arabo suffa (cuscino).

15-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Perché la cantante e la studentessa?

Riteniamo opportuno fare un po' di chiarezza sui nomi così detti di genere comune; quei nomi, cioè, che hanno un'unica desinenza tanto per il maschile quanto per il femminile. Come si riconosce, dunque, il loro sesso? La mascolinità o la femminilità da cosa è data?
Il sesso, in questi casi, si riconosce dall'articolo o dall'aggettivo che li accompagna: ho conosciuto tua nipote; è un cantante che va per la maggiore. Nipote e cantante, come si vede chiaramente, hanno la medesima desinenza sia per il maschile sia per il femminile: abbiamo riconosciuto il loro sesso dall'aggettivo e dall'articolo che li precedono.
Appartengono, dunque, ai nomi di genere comune (vale a dire sia maschile sia femminile):
a) tutti i participi presenti con valore di sostantivo (cantante, questuante; tra questi metteremmo anche lo studente e la studente, anche se comunemente si preferisce – con l'avallo dei sacri testi – la forma errata studentessa; diciamo, per caso, cantantessa?);
b) gran parte dei sostantivi in  e (nipote, preside, il vigile, la vigile; da evitare, in proposito, vigilessa: non c'è alcun motivo che giustifichi tale femminilizzazione, anche se comunemente in uso);
c) i sostantivi terminanti in  ista (pianista, specialista);
d) i sostantivi di origine greca in  iatra (pediatra, odontoiatra, ma, attenzione archiatro, non archiatra, derivando il termine da ἰατρός, iatròs, medico);
e) i sostantivi di provenienza latina terminanti in  cida (suicida, parricida);
f) alcuni sostantivi in  a, come collega, atleta;
g) i nomi terminanti in  ante cui, però, non corrisponda una radice verbale, come, per esempio, negoziante (che non viene dal verbo negoziare, ma da negozio) e birbante (che non proviene dal verbo birbare che è inesistente).
Per concludere due parole sul parricida. Questo sostantivo – contrariamente a quanto si pensi – si riferisce non solo a chi uccide il proprio padre, ma anche a chi uccide un ascendente o un discendente (un parente stretto): lo stesso padre che uccide il figlio è un parricida.

11-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Accentare e... accentuare

Alcuni ritengono i verbi “accentare” e “accentuare” l'uno sinonimo dell'altro e li adoperano indifferentemente. Le cose non stanno affatto così; facciamo, dunque, un po' di chiarezza. Il primo (accentare) significa “mettere l'accento”: /accentare/ i giorni della settimana; il secondo sta per “aumentare”, “mettere in evidenza”, “rendere più marcato”: il caldo, in questi giorni, si va /accentuando/. Alcuni vocabolari però... Se amate la lingua non seguiteli.

08-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink