L’idioma e la Bibbia
Forse a molti sfugge l’importanza che ha avuto il cristianesimo nello sviluppo del vocabolario di tutti gli idiomi. Molti, infatti, non sanno che alcune parole, modi di dire, proverbi, locuzioni che sono sulla bocca di tutti, molto spesso sono tratti dalla liturgia o dai libri sacri.
Vediamo di piluccare qua e là, senza un ordine cronologico in quanto la materia è talmente vasta che non si presta a un lavoro del genere: vogliamo solo darvi la prova provata di quanto affermato in queste modeste noterelle. Vediamo, dunque.
Quando diciamo, per esempio, che una persona è in cimbali o in cimberli perché ha alzato un po’ troppo il gomito, citiamo — inconsciamente — un passo dell’ultimo dei Salmi, quello che tesse le lodi a Dio cantate in letizia al suono dei cembali.
E che dire del lavabo, termine comunissimo giuntoci dal francese? Nessuno, di primo acchito, penserebbe di metterlo in relazione con la Bibbia o con il culto. Eppure è proprio così: è la prima parola del salmo «Lavabo inter innocentes» che il sacerdote recita — durante la celebrazione della messa — all’atto del lavaggio delle dita.
Insomma sono entrati nel nostro idioma non soltanto termini ebraici come amen, sabato, alleluia o pasqua — sempre attraverso la Bibbia e la liturgia — ma anche alcune costruzioni grammaticali. Quando diciamo il problema dei problemi, il libro dei libri non ricalchiamo — direttamente o indirettamente — che costruzioni bibliche come il servo dei servi, il secolo dei secoli, il cantico dei cantici.
Ne dà una magistrale prova Ugo Foscolo nel suo epigramma contro Vincenzo Monti: «Questi è Vincenzo Monti cavaliere / gran traduttor de’ traduttor d’Omero». Analizzando attentamente l’espressione risulta evidente il fatto che il Foscolo irride il Monti per aver tradotto Omero non direttamente (dal greco, ndr), bensì servendosi di traduzioni latine.
Ma torniamo alle locuzioni e ai vocaboli di provenienza biblica. Sono così numerosi che ne citiamo soltanto una minima parte, estrapolati da un solo libro dell’Antico Testamento, la Genesi, e da uno solo dei Vangeli, quello di Matteo. L’espressione carne della mia carne, secondo le parole pronunciate da Adamo e l’altra essere della costola di Adamo, cioè di antica nobiltà, di antica stirpe, da dove provengono se non dal Libro della creazione della donna? Così pure dal libro della Genesi abbiamo le locuzioni serpente tentatore, nascondere con una foglia di fico, guadagnare il pane con il sudore della fronte.
Ancora. La voce del sangue e gridare vendetta non sono espressioni – ormai comunissime – che provengono dal quarto capitolo della Genesi? Semitismo, antisemitismo, lingue camitiche, questi termini non vi dicono nulla? Dal discorso della montagna ci sono pervenute le espressioni vedere il bruscolo nell’occhio altrui e non la trave nel proprio (di significato evidente) e gettare le perle ai porci.
Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Concludiamo con l’etimologia di Bibbia (il Libro per eccellenza) che viene dal latino medievale biblia, tratto dal greco βιβλία (biblìa, libri). La Bibbia, i libri, ci ha richiamato alla mente una massima di Milton (Aeropagitica): «Uccidere un buon libro è quasi lo stesso che uccidere un uomo; chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi uccide un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio, per così dire, nell’occhio».
Ti scrivo onde assicurarti che...
Non ricordiamo se abbiamo già trattato l’argomento, anche se così fosse vale la pena riproporlo perché ci sembra della massima importanza. Coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere prendano atto, quindi, di queste modeste noterelle che trattano dell’uso corretto dell’avverbio onde.
Quest’avverbio, dunque, non può essere adoperato per introdurre una proposizione finale: le telefono onde pregarla... Essendo avverbio non può essere utilizzato con valore di preposizione (per); non è corretto, insomma, farlo seguire da un infinito.
Qualcuno obietterà: moltissimi scrittori usano onde e l’infinito; l’ha adoperato il Leopardi, il Parini, persino il purista Leonardo Salviati, per non parlare del Tommaseo che lo ha registrato nel suo vocabolario. E che cosa significa? Un uso improprio è e un uso improprio resta!
Onde è un avverbio di moto da luogo, è il latino unde, e significa da dove: “onde venisti?, quali a noi secoli...” (Carducci). Da questo significato primitivo sono derivati tutti gli altri, sempre con valore di provenienza. Abbiamo, così, onde adoperato come pronome invariabile nel senso di di cui, da cui, con cui, per cui: «i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi onde (di cui) cotanto ragionammo insieme» (Leopardi). Quando in onde manca l'idea della provenienza, insomma, è bene non adoperarlo.
Vediamo ciò che dice in proposito il linguista Giuseppe Pittàno: «Il significato fondamentale dell’avverbio onde (...) è quello di da quale luogo, da chi: onde vieni? onde ti viene tanto coraggio? (...) Abbastanza frequente è l’uso di onde più l’infinito: ti scrivo onde informarti, accorse onde aiutarlo. Si tratta di un uso condannato dai grammatici che consigliano di ricorrere in questi casi alla preposizione per: ti scrivo per informarti, accorse per aiutarlo».
Lo scampo
Parliamo delle due accezioni di scampo, un’altra parola omofona. Il primo significato, quello di salvezza da un pericolo, da un grave rischio viene dal verbo scampare, composto della particella –s e il sostantivo campo e propriamente vale uscir salvo dal campo (di battaglia): non c’è più scampo.
La seconda accezione, quella di «crostaceo marino commestibile» (scampo, appunto), proviene da una voce veneziana composta sempre della particella –s più il sostantivo greco ἱππόκαμπος (hippòcampos) e divenuto scampo per la caduta delle sillabe iniziali hippo.
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