Quella nobile credenza...

Non dar retta a quella stupida credenza; “Apri la credenza e prendi i bicchieri. Il nostro viaggio alla scoperta di parole omofone (stessa pronuncia) e omografe (stessa grafia) ma di significato diverso ci porta al termine credenza, appunto.
La nostra lingua è davvero strana! Nel primo caso la credenza ha il significato di convinzione, fede, opinione, fiducia, dottrina e simili. Nel secondo caso, invece, il termine in questione è adoperato per indicare il mobile in cui sono custoditi i cibi, le stoviglie, le posate e quanto altro occorre per imbandire la tavola.
Entrambi i termini, però, hanno la medesima origine: discendono dal verbo credere; sono, quindi, dei deverbali. Tralasciamo la spiegazione della prima accezione, perché ci sembra superflua, e parliamo della credenza come mobile della casa.
Per comprendere bene la relazione che intercorre tra il verbo credere e il mobile (la credenza) è necessario tornare indietro nel tempo, esattamente al Medio Evo. In quel periodo storico le mense dei nobili non erano sicure: il rischio di morire avvelenati era un fatto, potremmo dire, di normale amministrazione.
Per scongiurare questa trista eventualità i signori si erano circondati di persone che avevano l’ingrato compito di assaggiare la pietanza prima del nobile in modo che quest’ultimo potesse credere che cibi e bevande erano assolutamente privi di... veleno.
La cerimonia dell’assaggio era chiamata dar la credenza o far la credenza. Se l’assaggiatore restava ritto sulle proprie gambe il signorotto era sicuro che quanto ingeriva non lo avrebbe portato a sicura morte. Da questa cerimonia il nome del mobile che conteneva le posate e i cibi destinati al nobile palato ed entrato, ormai, nell’uso corrente.
28-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Non avere il becco di un quattrino

Un lettore ha chiesto al titolare della rubrica di lingua di un autorevole quotidiano in rete il motivo per cui si dice «Non avere il becco di un quattrino» quando si versa in precarie condizioni economiche.

Il linguista ha gettato la spugna (non ha saputo trovare una risposta). Proviamo a rispondere noi.

Il quattrino era una moneta di rame del valore di quattro soldi in uso in Italia nel XIII secolo e il bordo rialzato della moneta era chiamato, dal popolo, becco. Di qui l’origine del modo di dire.

etimo.it

26-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il carnevale

Dal punto di vista prettamente etimologico il carnevale (o carnovale) è il latino carnem levare, vale a dire togliere la carne, non mangiare carne, insomma. E questo perché è il periodo che precede l’altro periodo in cui la Chiesa (adesso le cose sono un po’ cambiate, ci sembra) proibisce di mangiare carne per tutto il lungo digiuno della quaresima.
Potrà sembrare un po’ strano il fatto che questa festa consacrata – per certi aspetti – alle gozzoviglie possa prendere il nome dalla fine di ogni godimento (la carne). C’è da osservare, a questo proposito, il fatto che originariamente il carnem levare era riferito esclusivamente all’ultimo giorno della festa, vale a dire al martedì grasso, ritenuto giorno preparatorio al digiuno.
Quanto alla storia, si tratta di una festa dalle tradizioni antichissime, tanto da potersi considerare la continuazione della festa dei Saturnali che i nostri antenati Romani celebravano verso la fine di dicembre. Dal punto di vista cristiano il carnevale è il periodo che va dall’Epifania al primo giorno di quaresima e in origine – come abbiamo visto – era il solo giorno che precede alle Ceneri.
Il carnevale, insomma, è «un periodo di divertimento, di allegria, di baldoria immediatamente precedente la quaresima, cioè fino al mercoledì delle Ceneri». Durante il carnevale insomma, se non cadiamo in errore, si consuma quella sfrenata allegria che cessa di colpo con il sopraggiungere della quaresima che apre un periodo di penitenza e di sobrio raccoglimento.
Tornando un momento sulla sua origine etimologica, non possiamo sottacere la tesi di alcuni Autori che fanno derivare il termine dal latino carrus navalis, carro navale, vale a dire nave su due ruote che si usava portare in giro nelle processioni festive (da qui, appunto, la tradizione, ancor oggi viva, dei famosi carri?).
Il carnevale ci ha richiamato alla mente il… “Carnevaletto delle donne”. Diamo la parola a Ottorino Pianigiani – insigne linguista – il quale sarà più chiaro dell’estensore di queste modestissime noterelle.

«Quest’espressione risale al tempo in cui infieriva nelle province meridionali dell’Italia certa strana malattia nervosa attribuita al morso della tarantola, contro la quale si reputava unico rimedio la danza al suono dei tamburelli e dei pifferi. Infatti per risanare o almeno diminuire le sofferenze di questi ammalati, fino al XVII secolo era costume che intiere turbe di sonatori girassero i paesi meridionali d’Italia nei mesi d’estate, e che nelle città e nei villaggi venisse intrapresa in grande la cura dei ‘tarantati’: e questo tempo del ballo e dei suoni appellossi il ‘Carnevaletto delle donne’ mentre esse più che gli uomini se ne interessavano e per tutta la loro provincia accumulavano a tale oggetto i loro risparmi, e trascuravano perfino le faccende domestiche per prendere parte a questa festa e potere compensare i bene arrivati sonatori. Anzi, Ferdinando Medico di Messapia del secolo XVII narra di una certa Mita Lupa, agiata signora, che consumò per tale oggetto tutto il suo patrimonio».
Oggi è caduto il complemento di specificazione ed è rimasto in uso solo carnevaletto, diminutivo di carnevale, con il quale si indica qualunque tempo di allegria e di baldoria. Mentre a Milano, con carnevalone si intende il prolungamento del carnevale dal mercoledì delle ceneri alla domenica successiva e secondo il rito ambrosiano è il primo giorno effettivo di quaresima.
E concludiamo – queste noterelle – con una curiosità che esula dall’argomento trattato. Perché una persona che cambia pensieri e propositi si dice volubile? Perché può ruotare, girare, quindi cambiare (parere). Volubile è, infatti, il latino volubile(m), derivato di volvere (girare intorno, volgere) e, quindi, in senso figurato, mutevole, incostante.
25-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink