L'Affrica e la diagonale

Perché, ci domanda un gentile lettore, nei libri di testo degli anni Trenta il continente africano è scritto Affrica (con due f)? Tra obiettivo e obbiettivo qual è la grafia da preferire? Si dice regime forfetario o forfettario? Ancora. Perché la divisa non di servizio dei militari si chiama diagonale? Andiamo con ordine.
La grafia Affrica negli anni Trenta era di moda perché ritenuta più dotta in quanto rispettava la legge del rafforzamento consonantico dopo la vocale iniziale nelle toniche sdrucciole. In seguito ha prevalso la grafia con una sola f perché più vicina all’origine latina del nome.
Quanto a obbiettivo o obiettivo entrambe le grafie sono corrette anche se alcuni linguisti amano fare un distinguo: una sola b se il termine sta a indicare uno scopo, un fine (ha raggiunto il suo obiettivo); due b se la parola si riferisce alle lenti di una macchina fotografica e simili.
Per quel che riguarda il regime forfetario (o forfettario) è da preferire la grafia con una sola t perché più vicina all’origine francese del sostantivo: forfait.
La divisa dei militari – e concludiamo – trae il nome dal tessuto del quale è composta: tessuto diagonale. Questo tipo di stoffa, infatti, è caratterizzato dalla presenza di fittissime linee in rilievo tracciate lungo le “diagonali” delle maglie elementari formate dalla trama e dall’ordito. Questa uniforme viene indossata, per lo più, nel periodo invernale.

14-01-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Vincere a piè zoppo

Vincere a piè zoppo, vale a dire vincere una gara, un qualcosa senza alcuna fatica, con la massima facilità.

L’espressione si adopera anche in senso ironico o scherzoso quando si vuole mettere in evidenza la vittoria ottenuta contro rivali di scarso valore professionale; vittoria ottenuta, per tanto, non per meriti propri ma per l’inefficienza degli altri.

La locuzione fa riferimento a un vecchio gioco di squadra chiamato fare a piè zoppo in cui ci sono inseguiti e inseguitori.

Questi ultimi devono riuscire a prendere i primi correndo con una sola gamba ed è... evidente che in condizioni simili è molto difficile ottenere la vittoria. Se la si ottiene, però...
13-01-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Le sorprese dell'etimologia

L'etimologia ci riserva delle sorprese... sorprendenti. Per questa scienza (perché di scienza si tratta) gli unici che lavorano, che buttano il sangue, come suol dirsi, sono i negozianti; la altre categorie di onesti lavoratori non sono prese in considerazione. Vediamo, dunque.
Per spiegare quanto vogliamo dire occorre prendere il discorso alla lontana e parlare della scuola, non in senso polemico (e dobbiamo fare uno sforzo tremendo per astenerci dal giudicare negativamente la preparazione linguistico-grammaticale dei giovani sfornati dalla scuola di oggi: le nuove leve della carta stampata e no sono la prova provata), ma dal punto di vista etimologico.
La scuola, dicevamo, che per la maggior parte dei giovani significa ansia, lavoro, notti in bianco e qualche… scapaccione, in origine voleva dire tutto il contrario: rilassamento, riposo, ozio. Scuola, infatti, deriva dal greco σχολή (scholé) che significa, per l'appunto, riposo, ozio; per gli antichi coloro che si dedicavano all'esercizio dello spirito, della mente, dell'animo – anziché preoccuparsi di ammazzarsi sulla vanga o sull'aratro (quando non erano in guerra) – oziavano; la scuola era motivo di riposo, di svago.
I Latini, infatti, chiamavano otium (ozio) il tempo che riuscivano a sottrarre agli affari, agli impegni per dedicarlo allo svago, al divertimento, tanto è vero che le ore che riuscivano a dedicare alle lettere e agli studi erano chiamate otia litterata. A questo punto, cortesi amici, vi domanderete che cosa c'entra la scuola, l'ozio con il … negozio. È presto detto.
Quando vollero coniare un termine che significasse il contrario dell'ozio, dello svago, del divertimento, fecero il negotium (nec-otium), cioè il non ozio, quindi attività, lavoro, occupazione. Il negozio, per tanto, nell'accezione di bottega è il luogo dove si lavora, si fanno affari.
Il negoziante, quindi, stando all'etimologia, è il lavoratore per antonomasia. Dal negotium, nel significato di lavoro, affari, sono derivati tutti gli altri termini che oggi adoperiamo comunemente come, per esempio, negoziato: insieme delle trattative per stipulare accordi, trattati e simili; negoziazione: l'atto del negoziare, trattare. Ma vediamo altre sorprese.
Avreste mai pensato che un tempo in compagnia dei ladri si stava molto bene? Anzi, che ogni persona avrebbe voluto al suo fianco un ladro per sentirsi più tranquilla, più sicura? In origine, infatti, questo termine indicava l'uomo che scortava una persona di alto rango, era – diremmo oggi – il gorilla addetto alla tutela di personaggi importanti. Il ladro, insomma, dal latino latro, tratto da latus (fianco, lato), era la persona che camminava a lato di un'altra persona per proteggerla da eventuali aggressori.
Con il trascorrere del tempo attraverso un processo di degenerazione semantica (la semantica è lo studio del significato dei vocaboli e del loro sviluppo storico) il termine ladro ha acquisito l'accezione odierna di… ladro, cioè di brigante, rapinatore.
Due parole ora, sul fante, vale a dire sul soldato che combatte a piedi e che stando all'etimologia ha a che fare con il verbo parlare. Vediamo, quindi, quest'altra sorpresa.
Anche in questo caso occorre prendere il discorso alla lontana, partendo da un verbo latino, fari, che vuol dire, appunto parlare. L'infante, a rigore etimologico, dovrebbe essere un bambino che, oltre a non saper leggere e né scrivere, non dovrebbe saper parlare.
Da infante, con la caduta della sillaba iniziale (aferesi), sono derivati termini che hanno assunto significati diversi pur discendendo dallo stesso padre: il verbo latino fari (parlare), appunto.
Sono nati, così, il fante e il fanciullo. I servitori dei cavalieri medievali erano chiamati fanti, vale a dire ragazzi (da infante), poi, attraverso il solito processo semantico fante ha acquisito l'accezione di soldato a piedi.
A questo proposito vi chiederete: perché i fantini, invece vanno a cavallo? Semplicissimo: essendo uomini smilzi o ragazzi essi sono, appunto, piccoli fanti.

12-01-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink