Suonare (o batter) la diana
«Mi raccomando, questa sera non andare a letto molto tardi, come il tuo solito – fece il padre al figliolo più grande – domani devi batter la diana per tutta la famiglia e a me, lo sai benissimo, non mi piace arrivare in ritardo agli appuntamenti: i tuoi zii ci attendono per le nove, al massimo».
Questo modo di dire, battere la diana, era sconosciuto a Giovanni, il figliolo, il quale – per non fare brutta figura nei confronti del padre – si affrettò a consultare un vocabolario e scoprì, così, che l’espressione significa «dare la sveglia».
Nel gergo militare di un tempo si adoperava questa locuzione perché la sveglia era data col suono del tamburo o della tromba proprio all’apparire – a oriente – della stella (Diana) prima della levata del sole, all’alba.
Oggi questo modo di dire è adoperato, per lo più, nel senso di incitare qualcuno all’azione, alla riscossa, a darsi una mossa, insomma, e anche nel significato di battere i denti per il freddo: durante l’ora di diana, prima della levata del sole, l’aria non è molto calda e fa piuttosto freddo.
Con lo stesso significato di sentir freddo si adoperano anche le locuzioni tremare come una foglia e tremare verga a verga le cui origini non abbisognano di spiegazioni essendo intuitive.
Bisogna difendersi dal controllore?
Alcune considerazioni sull’uso improprio del verbo munire (o munirsi). Quasi tutti i mezzi di trasporto pubblico che circolano nelle nostre città recano la scritta «munirsi di biglietto prima di salire in vettura». Viene spontaneo domandarsi: da chi dobbiamo difenderci? Dall’assalto del conduttore o da quello del controllore?
Munirsi sta a indicare una difesa: ci si munisce sempre di qualcosa contro qualcuno o contro qualche altra cosa. Nel caso dei mezzi di trasporto contro chi o che cosa dobbiamo munirci?
Munirsi, infatti, viene dal latino munire che significa proteggere, difendere, fortificare. Il termine munizioni non vi dice nulla? Cosa sta significare, infatti, se non tutto ciò che serve per caricare un’arma da fuoco?
Crediamo, forse, che se i responsabili delle aziende di trasporto avessero fatto scrivere «fornirsi di biglietto», il viaggiatore sprovveduto in fatto di lingua sarebbe andato dal... fornaio a comprare una pagnotta.
La bustarella...
Le cronache dei giornali ci hanno abituato, ormai da tempo immemorabile, all’impatto continuo con il termine bustarella adoperato per indicare il malcostume che alberga in alcune istituzioni pubbliche e no. Non è di questo che vogliamo occuparci, però; anche perché non è nostro compito moralizzare i gangli dello Stato, degli Enti locali e delle varie industrie pubbliche e private: per questo c’è la magistratura.
Noi ci sentiamo in dovere di moralizzare i fruitori di questo termine scritto il più delle volte (per non dire sempre) in modo errato: bustarella, con la a anziché, correttamente, con la e. Vediamo, quindi, di occuparci della formazione di alcuni diminutivi seguendo scrupolosamente le leggi grammaticali rassicurando, nel contempo, coloro che non vorranno rispettarle; in questo caso la magistratura non ha alcun potere: il reato linguistico non è previsto dal codice penale.
Se così fosse le patrie galere non sarebbero sufficienti per accogliere gran parte delle così dette grandi firme della carta stampata e no. Torniamo, dunque, a bustarella la cui esatta grafia è – come abbiamo visto – busterella, con la e. Vediamo ora il perché seguendo le norme che regolano l’alterazione dei sostantivi.
Per quanto attiene alla formazione del diminutivo la regola stabilisce che occorre togliere la desinenza e aggiungere al tema della parola in questione i suffissi –erello, –erella, –erelli, –erelle, rispettivamente singolare maschile e femminile e plurale maschile e femminile. Da busta, quindi, togliendo la desinenza a resterà il tema bust al quale aggiungeremo il suffisso –erella: busta, bust, busterella.
Un discorso a parte, invece, per quanto riguarda la tintarella, cioè l’abbronzatura della pelle che si ottiene con l’esposizione del corpo ai raggi solari. Il linguista Carlo Tagliavini consiglia di non seguire la regola grammaticale:
Trattandosi di voce originariamente dialettale, usata con una sfumatura speciale scherzosa, ci sembra sia meglio lasciarle il suo carattere originario e non tentare di toscanizzarla in tinterella.La medesima norma grammaticale vale per acquarello la cui forma corretta è, infatti, acquerello (con la e). Alcuni dizionari ammettono, però, entrambe le grafie; noi consigliamo vivamente di attenersi alla regola: acquerello.
Altre perplessità nella formazione dei diminutivi riguardano i suffissi –etto, –etta, –etti, –ette quando nel tema della parola è presente la vocale i: ufficietto o ufficetto? Inutile, in questi casi, ricorrere al cosiddetto orecchio; la musica spesso (anzi, quasi sempre) non ci viene in aiuto. Togliamo subito il dubbio: senza la i, ufficetto. Nella formazione del diminutivo la i - puro segno grafico - non occorre per conservare il suono palatale alla consonante c.
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