L'aritmetica bislacca
Gli amatori della lingua italiana, dell’etimologia in particolare, sanno benissimo che i vocaboli o, se preferite, le parole, nel loro mutamento di significato, per svariati motivi possono finire con l’indicare cose diversissime da quelle che indicavano un tempo, e giungere persino ad esprimere significati opposti.
Non ha fondamento alcuno (a nostro modo di vedere), quindi, l’opinione – assai diffusa – secondo la quale tutte le parole conservano nel tempo qualche sentore del loro significato primitivo.
Non a caso abbiamo pensato di titolare questa nostra modesta chiacchierata aritmetica bislacca, e il perché lo scopriremo strada facendo; anche se, ahinoi, lo stesso titolo – a prima vista – ci potrebbe smentire in quanto il termine aritmetica ha conservato, nel corso dei secoli, l’accezione primaria: scienza dei numeri, cioè il computare secondo le diverse operazioni che si fanno con i numeri.
Viene, infatti, dal greco αριθμός (arithmòs, numero). Come si sa, però, l’eccezione conferma la regola; in questo caso la regola è la nostra affermazione iniziale. Una riprova?
Primo può assumere significati diversi se ci si riferisce all’ordine nel tempo oppure all’inizio di una serie. E nel determinare chi è il primo occorre stabilire in quale direzione si comincia a fare il computo: il Divino chiama, nel suo capolavoro, primo giro l’empireo, cioè quel cielo che in altre parti chiama, invece, ultima spera.
Restando in tema, primo in greco si dice πρώτος (protos): e il vocabolo proto che a Venezia indicava il primo operaio, il capo operaio, soprattutto nelle stamperie, si diffuse in tutto il territorio nazionale con il significato di direttore di tipografia, grazie alla supremazia esercitata dalla città lagunare nell’arte della stampa e del commercio librario per tutto il XVI secolo.
Un composto di protos è il protagonista il quale nel dramma antico era il personaggio primo (e principale); il secondo era il deuteragonista e qualche volta si arrivava al terzo, cioè al tritagonista.
Oggi, con sempre maggiore indifferenza, si parla di diversi protagonisti e di protagonisti principali. Il significato primitivo del termine, quindi, è andato a farsi friggere con buona pace dei puristi della lingua. Ma vediamo di piluccare qua e là allo scopo di scovare parole numeriche che hanno perso il loro significato originario.
Vogliamo vedere alcuni esempi di vocaboli che hanno in sé il numero tre solo a... parole? Ecco il trespolo, che oggi può avere anche quattro gambe, ma in senso proprio ne ha solo tre, perché è formato con gli stessi elementi o componenti di treppiedi.
E che dire della tramoggia che, stando all’etimologia, era un recipiente che conteneva tre moggi? Viene, infatti, dal latino trimodia (tri, da tres, tre e modius, moggio). Ci sembra interessante ricordare che la tramoggia era anche la cassetta dove venivano riposti, in attesa di essere presi in esame, gli scritti pervenuti all’Accademia della Crusca.
Qualche esempio con il numero quattro. Il quaderno è, in senso proprio, un foglio intero piegato in quattro parti (dal latino quaterni, a quattro a quattro): secondo l’etimologia sarebbe, per tanto, abusivo parlare di un quaderno di 48 e 32 pagine.
E il quadrante dell’orologio? Ora indica la mostra dell’orologio con l’intero circolo delle 12 ore, anticamente, invece, era davvero il quarto di circolo o poco più, che basta per segnare le ore nelle meridiane. Mentre il quadro, stando, all’etimologia, dovrebbe essere una figura di quattro lati: oggi si parla di quadro ovale e si è dato al termine il significato generico di superficie dipinta, qualunque possa essere la sua forma.
Anche i verbi squartare e squarciare, diretti discendenti del latino quartus, hanno sfumature diverse: con il primo si pensa ancora, sia pure approssimativamente, a una divisione in quattro parti; con il secondo, invece, possiamo pensare a una lacerazione che può produrre anche moltissimi pezzi minuti.
Il mese di settembre – sempre in tema di aritmetica bislacca – mostra nel suo nome una traccia di quando, in tempi ormai lontanissimi, era il settimo mese dell’anno. Un’origine del tutto diversa, invece, quell’incongruente espressione oggi a otto, per dire fra sette giorni: è un residuo del metodo secondo il quale i Latini per indicare un periodo di tempo contavano sia il giorno di partenza sia il giorno di arrivo.
Da mezzogiorno di domenica, per esempio, a mezzogiorno della domenica successiva corrono, esattamente, sette giorni; se contiamo, però, la domenica iniziale e quella finale i giorni presi in considerazione diventano otto. Da questo conteggio errato è nata , anche, la ridicola espressione da qui a otto.
Abbiamo fatto pochi esempi ma sufficienti, riteniamo, per dimostrare la bizzarria di certa aritmetica.
etimo.it
Impersonificare
Pregiatissimo Direttore del portale, approfitto della sua nota disponibilità perché pubblichi questa lettera aperta indirizzata all’ormai conosciuta A.N.Pa.Vi.G.I. (Associazione Nazionale Parole Vittime Giornalisti Ignoranti), affinché la predetta Associazione possa accertare se sia rimasto vittima dell’ignoranza – e, quindi, inoltrare la pratica riguardante il mio caso ai probiviri – o se, invece, ho un fratello gemello di cui ignoravo l’esistenza fino a qualche giorno fa.
Mi accorgo, ora, di non essermi presentato, mi scuso e rimedio subito: sono il verbo Personificare. Espongo, dunque, il mio caso. Scartabellando tra le mie cose, ho ritrovato una vecchia copia di un giornale sportivo nelle cui pagine interne un titolo recitava: «Virenque sgradito: impersonifica il doping».
Sono rimasto di stucco. Vuoi vedere, mi son detto, che ho un fratello gemello e non lo sapevo? Che sia stato dato in adozione, subito dopo la nascita, alla grande famiglia dei giornalisti sportivi (e no)? Finora sono sempre stato io, Personificare, a essere adoperato in casi del genere; la cosa, quindi, oltre che scioccarmi mi ha incuriosito.
Ho consultato tutti i vocabolari della lingua italiana in mio possesso: di questo ipotetico fratello – Impersonificare – nessuna traccia. Tutti gli incunaboli che ho potuto consultare, insomma, non lo attestano. Nel titolo in questione, dunque, i verbi che avrebbero fatto alla bisogna sarebbero stati Impersonare o Personificare: «Virenque sgradito, impersona (o personifica) il doping».
Leggo, infatti, in un vocabolario alla voce impersonare: verbo transitivo e intransitivo pronominale. Nel primo caso è sinonimo di personificare: gli antichi impersonavano la fortuna in una dea bendata; nel secondo caso costituisce «la personificazione di un concetto, di un’idea»: secondo gli antichi Greci l’amore s’impersonava in Cupido.
Vediamo, ora, ciò che dicono di me – Personificare – i dizionari: «verbo transitivo, dare a qualcosa, soprattutto a un’idea o a un’entità astratta, la forma di persona viva e concreta» (personificare l’invidia) e, per estensione, «rappresentare in sé qualche cosa, essere il simbolo» (il Parlamento personifica la nazione).
Nel titolo incriminato Virenque non simboleggia il doping? Non lo personifica? Donde è spuntato, amici dell’A.N.Pa.Vi.G.I., questo verbo impersonificare? Vi prego, indagate; se non esiste ed è stato adoperato in mia vece colpite senza pietà: la stampa deve finirla – una volta per tutte – di divulgare imperfezioni linguistiche che inducono in errore i lettori sprovveduti.
Certo che la mia richiesta sarà presa in seria considerazione dagli amici dell’Associazione, ringrazio il Direttore della sua squisita ospitalità e auguro a tutti una serena giornata.
Il vostro Personificare
Obbedire e ubbidire
Obbedire e ubbidire sono l'uno sinonimo dell'altro. Mi piacerebbe sapere per quale "oscuro" motivo il De Mauro in linea registra il primo solo intransitivo, il secondo sia transitivo sia intransitivo. L'uso transitivo è raro, ma esiste, e si costruisce con il complemento oggetto solo se riferito alla persona che dà ordini: Giovanni ubbidì il suo capitano. In questo caso, quindi, secondo il De Mauro, non si può dire obbedì.
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