Contemplare...
Ancora un verbo della nostra bella e amata lingua adoperato, molto spesso, impropriamente (per non dire in modo errato): contemplare. Il verbo in oggetto significa “osservare attentamente e a lungo”, soprattutto con ammirazione, stupore, reverenza, piacere, devozione e simili: contemplare le stelle, contemplare un tramonto, contemplare un quadro, contemplare un monumento. Molti , invece, gli danno un significato che non gli “compete”, lo adoperano, cioè, con l’accezione di “considerare”, prevedere”, “stabilire”, “specificare”, “comminare”. Sulla stampa si leggono, spesse volte, frasi tipo: «per questo reato la legge contempla dai due ai cinque anni di reclusione»; oppure: «questa spesa non era contemplata nel bilancio familiare». Secondo voi gli anni di reclusione si “contemplano”; le spese familiari si “contemplano”? In questi casi (e in quelli similari) chi ama il bel parlare e il bello scrivere adopererà i verbi che fanno alla bisogna: comminare e prevedere. I vocabolari, però… Voi, amici che ci seguite, regolatevi secondo la vostra “coscienza linguistica”.
Etimo.it
Digitale & analogico
Questi due aggettivi, pur esistendo da tempo, hanno conosciuto gli onori della cronaca solo oggi, nell’era informatica. Ci affidiamo alla penna di Enzo La Stella.
Due aggettivi che esistono da tempo, ma il cui significato principale è stato completamente stravolto dal progresso tecnologico e dalla pedissequa imitazione dell’inglese (ahinoi!, povera lingua nostra, ndr). È facile capire che il primo è in qualche modo legato al latino “digitus”, dito, da cui le impronte digitali, ma solo se sappiamo che in inglese “digit” indica la cifra, il numero, capiremo perché si chiami digitale l’orologio in cui una finestrella indica il tempo con il susseguirsi, a scatti rapidissimi, di numeri (ora, minuti primi, secondi). Gli orologi tradizionali sono detti “analogici” perché il movimento delle lancette è proporzionale (“analogo” in greco) allo scorrere del tempo, e non a scatti. A proposito di dita, ricordiamo che il vocabolo greco “dàctylos” è all’origine di dattiloscopia e “dattilografia”, oltre che di “dattero”, frutto di terra o di mare che ricorda la forma di una falange.
C'è il «mózzo» e il... «mòzzo»
Forse non tutti sanno che il vocabolo “mozzo” cambia completamente di significato a seconda della pronuncia aperta o chiusa della “o” e della “z”, aspra o dolce.
Il mózzo, con la “o chiusa” e la “z aspra” indica il ragazzo che in una nave mercantile svolge servizi di “garzoneria” in attesa di diventare marinaio; con la “o” aperta e la “z” dolce (mòzzo”) designa, invece, come riporta il De Agostini: 1 (la) parte centrale di un organo rotante, in genere di forma cilindrica, avente la funzione di accoppiare l'organo stesso al suo asse; 2 (il) pezzo di legno massiccio in cui è incassata la corona della campana.
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