Uscir di chiave
Chi esce di chiave? La persona che non sa adeguarsi alle regole imposte da una determinata situazione; colui che non riesce a sottostare alle leggi di un organismo cui appartiene.
Si dice anche di una persona che non è più in grado di mantenere l’immagine che si è costruita, di sé, nel corso degli anni. In senso lato si dice, inoltre, di comportamenti stonati in relazione al posto in cui ci si trova.
La “chiave” cui allude il modo di dire è quella musicale, la chiave di violino, che determina l’altezza delle note: l’uscirne dà luogo a una evidente stonatura.
La sosia? No, il sosia
Dal vocabolario Treccaniin rete:
«sòṡia s. m. e f. [dal lat. Sosia, nome del servo di Anfitrione nella commedia Amphitruo di Plauto (e quindi dell’Amphitryon di Molière); di lui Mercurio prende l’aspetto, generando equivoci e scene comiche], invar. — Persona somigliantissima a un’altra, tanto da poter essere scambiata per questa: è proprio il suo s.; l’ho vista bene: a meno che non abbia una s., era proprio lei.»
Se 'sosia' è maschile invariabile, riferibile, quindi, sia a un maschile sia a un femminile, deve restare invariato anche l'articolo maschile. Giovanni è il sosia di Mario; Susanna è il sosia di Marta(non lasosia).
Vediamo, in proposito, ciò che scrive il linguista Aldo Gabrielli:
«Quante volte ho sentito frasi come queste: ‘Anna è la sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo la sosia della Garbo’, parlando di due persone che si somigliano come due gocce d’acqua o non si somigliano affatto. E tutte le volte mi vien da dire: che erroraccio! Erroraccio perché? Ma perché sosia è un nome maschile, e maschio ha da restare, anche se da nome proprio una trasformazione l’ha già fatta diventando nome comune. Infatti questo Sosia, per chi non lo ricordasse, è il nome del servo di Anfitrione, nella famosa commedia di Plauto (…). Nella commedia plautina accade che un giorno Mercurio, mandato sulla terra da Giove, assumesse l’identico aspetto di Sosia, allo scopo di giocare alcune beffe diciamo piccanti all’infelice Anfitrione. Questo soggetto fu poi ripreso dal Molière nella commedia intitolata appunto ‘Amphitryon’, e il nome del servo, divenuto subito popolarissimo in Francia, da proprio si trasformò in comune, venendo a indicare persona somigliantissima a un’altra al punto da essere scambiata con questa. Noi riprendemmo il termine dal francese in questa accezione figurata verso la metà dell’Ottocento. Ma sempre come maschile, si capisce. Perciò dobbiamo dire ‘il sosia’, nel plurale ‘i sosia’, sia con riferimento a uomo sia con riferimento a donna. Non possiamo dare a Sosia una sorella dello stesso nome! Diremo quindi correttamente ‘Anna è il sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo il sosia della Garbo’. Stona quel maschile accostato a un femminile? Ma stona forse dire ‘Anna è il ritratto, il doppione, il modello, lo stampo di sua madre? (…)».
A questo punto c’è qualche linguista “progressista” disposto a contraddire le parole di un grande della lingua? Se c’è si faccia avanti, ma deve portare motivazioni convincenti e soprattutto logiche.
Guardaspalle o guardiaspalle?
Due parole, due, sull’uso corretto del verbo guardareche concorre alla formazione di alcuni nomi composti. E ci spieghiamo meglio. Si deve dire guardiacacciao guardacaccia; guardaspalleo guardiaspallee simili? La “i” nel centro della parola la mettiamo o no?
La stampa, in genere, dà entrambe le grafie e, come sempre in fatto di lingua, sbaglia: la iva omessa. E vediamo subito il perché.
Si tratta di parole composte di un verbo (guardare, con il significato di ‘vigilare’) e di un sostantivo e non di due sostantivi (guardiae caccia, per esempio). Poiché la terza persona singolare del presente indicativo del verbo guardareè guarda(senza la i), avremo guardacaccia (colui che guarda, che controlla la caccia) , guardaspalle (colui che guardale spalle), guardafili, guardaboschi, guardaportone, guardafrenie via dicendo.
Non seguite, quindi, i numerosi vocabolari permissivi che ammettono entrambe le grafie per alcuni sostantivi (guardacacciae guardiacaccia) e per altri no (solo guardaboschi, solo guardaspalle).
A questo punto, però, ci domandiamo: ammesso che si possa inserire quella i, perché — come suol dirsi — due pesi e due misure? Ripetiamo: tutti i sostantivi composti con il verbo guardaresi scrivono senza la iepentetica (l’epentesi, forse è bene ricordarlo, è l’inserimento di una o più lettere non etimologiche nel corpo di una parola).
Fa eccezione guardiamarina, cioè il più basso grado di ufficiale nella marina militare, perché non ha nulla in comune con il verbo guardareessendo pari pari lo spagnolo guardia marinatrasportato in lingua italiana in grafia unita.
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