Un complemento misconosciuto
Abbiamo notato che — se non cadiamo in errore — le tradizionali grammatiche non trattano un complemento, anzi lo misconoscono: il complemento di aggiunzione (l’opposto è quello di esclusione, questo sì, riconosciuto).
Questo complemento, dunque, indica — come dice lo stesso nome — in aggiunta od oltre chi o che cosa si svolge l’azione espressa dal predicato verbale. Si può riconoscere facilmente perché risponde alle domande sottintese « in aggiunta a chi? », « al di fuori di che? » e simili.
È introdotto non da preposizioni ma da locuzioni del tipo oltre, oltre a , fuori del. Qualche esempio renderà, forse, tutto più chiaro: sono venuti in molti oltre agli invitati ; il fanciullo, finalmente, è stato dichiarato fuori pericolo (di morte); la fanciulla, è incredibile, ha mostrato una forza fuori del normale. Il complemento in oggetto può essere costituito anche da un sostantivo o da un pronome.
Ricapitolando e semplificando. Il complemento di aggiunzione (che fa parte della schiera di quelli indiretti) indica la persona o la cosa che si aggiunge a quanto già espresso nella proposizione.
Non volere il pane a conto
Il modo di dire, che avete appena letto, probabilmente è sconosciuto ai più. Si adopera quando si vuol mettere in evidenza il fatto di non accettare prestiti o favori troppo impegnativi. Quando non si vogliono avere, insomma, debiti con nessuno; siano essi debiti materiali siano essi debiti morali.
La locuzione trae origine dall’usanza di comperare il pane senza pagarlo subito ma facendo segnare l’importo dovuto su una nota (conto) da pagare in un tempo successivo.
Parlare a vanvera
Ci scrive Mario R. da Taormina: « Stimatissimo dott. Raso, seguo sempre, e con vivo interesse, le sue istruttive noterelle sul buon uso della lingua italiana. Le scrivo per una curiosità: perché si dice “parlare a vanvera”? Grazie e distinti saluti ».
Gentilissimo Mario, le confesso che non lo so, anzi, non lo sapevo. Le riporto una spiegazione che ho trovato cercando nella rete; non so, quindi, quanto questa fonte possa essere attendibile.
L'espressione compare per la prima volta nel 1565 in un testo dello storico fiorentino Benedetto Varchi e significa dire cose senza senso o senza fondamento. Sulla sua provenienza si sono fatte molte ipotesi.
Alcuni studiosi, ad esempio, fanno notare che la radice di vanvera assomigli a quella di vano. Altri ritengono che la parola derivi dal gioco della bambàra , una locuzione, forse di origine spagnola, con la quale s'intendeva una perdita di tempo. Origini contrastanti.
E se a rinforzare questa tesi c'è il fatto che in certe zone della Toscana si dica proprio parlare a bambera , alcune contraddizioni cronologiche e altri piccoli indizi sembrerebbero smentirla seccamente. Per questa ragione, oggi gli etimologisti sono più propensi a credere che vanvera sia una variante di fanfera , una parola di origine onomatopeica che vuol dire cosa da nulla : fanf-fanf, infatti, riproduce il suono di chi parla farfugliando e, appunto, senza dire niente di sensato.
Le segnalo, anche, ciò che dice il vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani.
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