Pillole linguistiche

a cura del dott. Fausto Raso


Indice articoli

Brindisi di Capodanno


Ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno e attendiamo con ansia la mezzanotte del 31 per fare un bel brindisi, con parenti e amici, all’avvento del 2016. Abbiamo pensato, quindi, di spendere due parole sulla nascita del brindisi che non ha nulla che vedere con la ridente città pugliese. Alcuni, infatti, ritengono — erroneamente — che il termine derivi dall’usanza della città di Brindisi.
Prima di scoprire assieme la provenienza linguistica del vocabolo, vediamo cosa dicono i dizionari al lemma in questione: «Saluto, augurio che si fa nei  banchetti levando il bicchiere (spesso facendolo urtare leggermente con quello degli altri commensali) e bevendo alla salute». Questo, dunque, il significato che chiameremo “scoperto”. E quello “coperto”? Perché, insomma, il gesto di bere alla salute si chiama “brindisi”?
Il vocabolo non è schiettamente italiano ma ispano-teutonico. Il brindisi, dunque — e mentre scriviamo alziamo idealmente il bicchiere bevendo alla salute dei nostri amici lettori che seguono le nostre modeste noterelle — ha una provenienza linguistica particolare. Vediamo, in breve, la sua storia.
Nel corso dei secoli la nostra penisola è stata terra di arrembaggio da parte dei popoli di tutta Europa. Nel Seicento fu la volta dei Lanzichenecchi, famigerata soldataglia teutonica. Durante le loro libagioni questi soldati erano usi alzare il bicchiere verso i commilitoni dicendo bring dir’s che, letteralmente, significa lo porto a te, lo levo a te (sottinteso il bicchiere) come auspicio di buona salute.
Il popolo, come avviene sempre in questi casi, tradusse, a orecchio, brindisi. Gli spagnoli, presenti anch’essi sul nostro patrio suolo, restarono talmente affascinati da tale usanza tedesca che da brindìs, come solevano dire, coniarono il verbo brindar che noi abbiamo riciclato in brindare.


30-12-2016 — Autore: Fausto Raso

Articolo più recenteIndice articoliArticolo precedente