Equo e adeguato

A costo di attirarci le ire di qualche linguista d’assalto (e ce ne sono a iosa), vogliamo mettere in evidenza il fatto che — a nostro modo di vedere — gli aggettivi adeguato ed equo , nonostante la stretta parentela etimologica, non si possono considerare perfettamente sinonimi.

Adopereremo l’aggettivo adeguato quando sta per proporzionato : occorre dargli un risarcimento adeguato (proporzionato) al danno subìto.

Useremo equo quando quest’aggettivo significa giusto, ragionevole : tutti, per il loro lavoro, hanno diritto a un’equa (giusta) retribuzione.

Scriviamo queste noterelle perché abbiamo letto, su un giornale locale, che «gli avvocati hanno chiesto al tribunale di dare una pena equa all’atrocità del delitto». Ancora ridiamo.

PS: per la parentela etimologica si clicchi su: Etimo.it - adeguare

22-12-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Superfluità ridicole

Vediamo qualche superfluità ridicola piluccando qua e là (giornali quotidiani e periodici). Cominciamo con il vedere che cosa si intende per superfluità.

Recitano i vocabolari: ciò che non è necessario; eccedenza rispetto a ciò che è necessario. Nel nostro caso, potremmo dire che la superfluità linguistica è un’eccedenza di parole. Vediamo, dunque. Tra virgolette l’eccedenza: Il figlio promise al padre, per non deluderlo, che avrebbe studiato con “costante” assiduità; la madre del giovane arrestato soffre di gravi cefalee “alla testa”, per questo è stata ricoverata all’ospedale “per malati”; il giovane, alla visita medica di leva, fu posto in congedo provvisorio a causa di una penosa podagra (gotta, NdR) “ai piedi”; il Vittoriano si distingue immediatamente per la sua “magnifica” grandiosità; quel ragazzo si affermerà subito perché scrive ottimamente “bene”; la villa è circondata da un “piccolino” giardinetto; l’herpes è una fastidiosa eruzione cutanea “della pelle”; il presidente del Consiglio è ritornato “di nuovo” tra i terremotati; gli alunni hanno portato con sé, per la gita, cinque pagnotte “di pane”; voglia gradire, signor direttore, i miei “rispettosi” ossequi.

Ci fermiamo qui, per non annoiarvi oltre, facendovi notare che, in alcuni casi, non si tratta di superfluità ma di veri e propri errori. Errori che gli amanti del bel parlare e del bello scrivere debbono assolutamente evitare.

A proposito di eccedenza, forse è bene ricordare che il relativo aggettivo, eccedente, non si può adoperare come sostantivo. Abbiamo letto su un giornale: « L'eccedente è stato dato in beneficenza ». Si dirà la somma eccedente o l'eccedenza.

21-12-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Invece e in vece

Due parole, due, sull’uso più corretto di invece , che i vocabolari classificano tra gli avverbi o le congiunzioni testuali.
Invece , dunque, significa all’opposto, al contrario, in cambio di, al posto di, in luogo di. Si può scrivere in grafia univerbata o scissa: invece e in vece. In buona lingua italiana è preferibile la grafia univerbata quando assume il significato di all’opposto e simili: molti, per protesta, hanno abbandonato l’aula, la maggioranza invece è rimasta.
Si scriverà in forma scissa quando acquisisce il significato di al posto di, in luogo di, in cambio di : si è presentato lui in vece del collega. Con gli aggettivi possessivi la grafia scissa è obbligatoria: Paolo assisterà alla cerimonia in vece mia (anche: in mia vece ).
Spesso, soprattutto nel parlar familiare, si usano le congiunzioni avversative ma e mentre come rafforzative di invece : ti ostini a negare, ma invece l’evidenza è contro di te.
L’unione di due avversative — in buona lingua — è da evitare. Meglio, quindi, ti ostini a negare, ma l’evidenza è contro di te.
Invece si può rafforzare... invece con la semplice aggiunta della congiunzione e : ti ostini a negare, e invece l’evidenza è contro di te.

20-12-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink