Più e però

Due parole, due, sulla congiunzione però e sull’avverbio più. La prima ha due funzioni fondamentali: avversativa, con il significato di ma (è bellissimo, però (ma) è antipatico perché ha un carattere impossibile); concessiva, con il significato di nondimeno, tuttavia (se non desideri vederlo, devi però (tuttavia) telefonargli; infine esprime un valore causale conclusivo e sta per quindi, perciò. Quest’ultimo uso è ormai solo letterario.
Molto spesso è rafforzata da ma e nondimeno con cui concorre a formare le locuzioni ma però e nondimeno però che non sono affatto errate come sostengono alcuni linguisti; abbiamo la testimonianza di due grandi, Dante e Manzoni.
L’avverbio più è il comparativo irregolare di molto e si adopera per la formazione del comparativo di maggioranza e il superlativo relativo: più buono, più intelligente; il più buono, il più intelligente. È tremendamente errato, per tanto, il comparativo più molto.
È adoperato,  molto spesso, al posto di maggiore: ci vuole più (maggiore) volontà. Più viene anche usato con il significato di inoltre, ancora, con l’aggiunta di e simili: 250 euro più le spese.
A volte si adopera a mo’ di aggettivo o sostantivo con il significato di  la maggioranza, la maggior parte, parecchi: siamo stati insieme più (parecchie) ore; bisogna sentire il parere dei più.

21-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Fare il fattorin delle Stinche

La locuzione che avete appena letto ha lo stesso significato dell’altra più conosciuta: fare la cresta.

Il modo di dire è tutto fiorentino e lo troviamo in una  commedia di Giovanni Maria Cecchi (commediografo, Firenze 1518-1587). «E perché (i prigioni) non potendo andar fuori a comperar loro bisogne per vivere, bisogna che mandino fanciulli e donne che stanno quivi per far servizi a prezzo, e perché i fanciulli nell’andare a spendere sempre trappolano qualche quattrino o cosa ai poveri prigioni, però quando uno nel fare fatti d’altri furfa qualche cosa dice, egli ha fatto il fanciullo (o fattorin) delle Stinche, cioè fattasi la parte da sé».

Le Stinche — lo avrete capito — erano le prigioni di Firenze dove venivano rinchiusi i debitori che non avevano pagato i loro... debiti.

20-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Sbellicarsi dalle risa

Chi non ha mai adoperato, anzi, messo in pratica questa locuzione che — come sappiamo — significa ridere senza ritegno, ridere smoderatamente, ridere senza riuscire a trattenersi? Pochi, però, e non vorremmo peccare di presunzione, conoscono il “perché” del modo di dire.

Donde viene, dunque? Dal verbo sbellicare, di uso intransitivo e rimasto, oggi, solo nella locuzione suddetta e che letteralmente significa rompere l’ombelico. Da bellico (ombelico) più il prefisso s- che indica separazione o allontanamento.  Colui che si sbellica dalle risa, dunque, quasi rompe — in senso figurato, naturalmente — l’ombelico.

Sulla base di questo primitivo significato sono nate altre locuzioni che alludono alla strana sensazione di sentirsi scoppiare l’addome per un attacco di riso, come tenersi la pancia dalle risate, scoppiare dal ridere e simili.

17-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink