Rappresagliare
Il cortese lettore Luciano S. di Tivoli desidera sapere se esista il verbo rappresagliare in cui si è imbattuto leggendo, per caso, alcuni manoscritti di un suo lontano parente. «Ho consultato tutti i vocabolari disponibili in rete – scrive – ma del verbo in questione nessuna... traccia».
Sì, amico, il verbo rappresagliare esiste, anche se è stato relegato nella soffitta della lingua (per questo, probabilmente, i dizionari non lo registrano più).
È un verbo così detto denominale, provenendo dal sostantivo rappresaglia,
come ci fa notare Ottorino Pianigiani (Etimo.it - rappresaglia) e si può trovare nel Supplimento a’ vocabolari italiani di Giovanni Gherardini, nel Rimario letterario della lingua italiana di Giovanni Mongelli e nel Dizionario della lingua italiana (...) di Francesco Cardinali e Pasquale Borelli.
L'uxoricida è ambivalente?
La moglie che uccide il marito si può chiamare uxoricida, posto che il vocabolo, di provenienza latina, alla lettera significa uccisore della moglie? Questa domanda ci è stata posta dal cortese lettore Osvaldo di Frosinone. La risposta, affermativa, gentile Osvaldo, la danno le sapienti note del linguista Leo Pestelli.
«Ussoricidio, che vuol dire l’uccisione della moglie, come si può applicare a donna? È un fatto che la nostra lingua, a tutto, proprio a tutto, non ha pensato. Si dà il caso che una povera donna ammazzi suo marito e non abbia una voce; né meglio di lei stanno il padre e la madre che uccidano il figliolo adulto: la lingua ha un suo istinto morale: aborre da certe idee e fa loro mancare le parole. Ma almeno per la moglie, che uccide spessino, ci si è dovuti aggiustare, ed ecco quel latinismo pigliare nell’uso il senso lato di uccisione del consorte, buono quindi per tutti e due. Del resto come si dice “l’amore dello zio”, che può essere tanto quello che lo zio sente per i nipoti quanto quello che i nipoti sentono per lui, così l’“uccisione della moglie” può essere presa dal grammatico in senso sia oggettivo sia soggettivo, lasciandosi ai giornalisti di appurare da che parte è scappato il morto».
È lo stesso caso, insomma, di parricida che alla lettera significa uccisore del proprio padre ma, per estensione, anche uccisore di un parente stretto. Un padre che uccide il proprio figlio, dunque, si può benissimo definire un parricida senza suscitare alcuno scandalo linguistico. Lo stesso termine si applica, ovviamente, a colui o colei che uccide la propria madre e viceversa.
Fare la pacchia
Perché si dice è finita la pacchia quando le cose si mettono male? Questo quesito è stato posto da una lettrice ai redattori della Treccani in rete. Hanno dato questa risposta:
«Il termine pacchia è un deverbale di pacchiare, mangiare con ingordigia, usato per indicare una condizione di vita facile e spensierata. L’etimo di pacchiare è incerto, anche se molto probabile è un'origine onomatopeica da collegarsi ad alcune voci dialettali di area settentrionale (il veneto paciar, muovere le mascelle, il milanese pacià e il piemontese pacè, mangiare abbondantemente e con avidità). L’espressione familiare è finita la pacchia, quindi, indica la cessazione, provocata da accadimenti negativi e non voluti, di una condizione di vita favorevole e senza problemi, soprattutto materiali, e l’inizio di una condizione meno fortunata in cui non si può far a meno di faticare ed avere preoccupazioni»
L’etimo di pacchiare non è poi tanto incerto, potrebbe essere il latino pabula, plurale di pabulum (pascolo): un tempo indicava la pastura per gli animali. Gli animali, infatti, hanno la loro pacchia: mangiano e bevono senza lavorare.
L’espressione fare la pacchia, dunque, si usa quando si vuol mettere in evidenza il fatto di aver trovato il modo di vivere bene, di mangiare e bere senza alcuna spesa.
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