Marcare visita
Il treno, fermo alla stazione del paesino, stava per partire; il capostazione aveva già dato il fischio quando, trafelato, giunse il padre di Armandino: «Tieni — disse al figliolo — ti ho portato parecchie marche, ti saranno utili non appena giungerai in caserma; potrai subito marcar visita e ottenere, probabilmente, un periodo di riposo assoluto così la mamma sarà più tranquilla; temporaneamente...». Non sapeva, il padre — che non aveva servito la Patria — che le marche non hanno nulla che vedere con l’espressione marcare visita che — nel gergo militare — significa darsi malato; anche se, per la verità, una certa parentela con la marca — nell’accezione che tutti conosciamo — si può provare. Per farlo occorre prendere il discorso alla lontana.
La marca, cioè il bollo che si applica sui documenti per comprovare il relativo pagamento di una tassa, viene dal tedesco Marka che significa segno. Il verbo marcare, cioè contrassegnare con marca, bollare, annotare, segnare viene, infatti, dalla voce teutonica Marka.
Tornando alla locuzione marcar visita, sembra che derivi dall’espressione piemontese marché a liber (scrivere sul libro). Coloro che hanno svolto il servizio militare sanno che ogni mattino il caporale di giornata passa per le camerate con il registro sul quale annota (marca, segna) i nomi dei militari che sono malati e chiedono, quindi, la visita medica.
Marcare visita, perciò, pur venendo da un’espressione dialettale piemontese può — come dicevamo all’inizio — avere una certa parentela col germanico Marka.
Ad alcuni la fortuna capita dormendo
Il cortese lettore Biagio di Viareggio desidera conoscere l’origine del detto «Ad alcuni la fortuna capita dormendo» il cui significato — fa notare lo stesso lettore — non abbisogna assolutamente di spiegazioni.
La locuzione, gentile amico, di provenienza francese e probabilmente non molto conosciuta, è tratta da un episodio che alcuni autori attribuiscono a Enrico III, altri a Luigi XI.
Un giorno il sovrano, entrato nella Chiesa di Nostra Signora di Aléry per assistere ai Vespri, fu avvicinato da un invadente prelato che chiedeva alcuni benefizi.
Il re, seccatissimo per quell’invadenza, si guardò attorno e notò un prete che dormiva tranquillamente in un angolo della Chiesa.
Chiamò uno del suo seguito e ordinò che fosse concesso quanto aveva chiesto il prelato a quel pretino che nulla aveva preteso, ovviamente, perché dormiva.
Calare la tela
Questo modo di dire — richiestoci dal lettore Giuseppe M. di Lamezia Terme — che significa «porre fine a un argomento, a una discussione, a una situazione» e simili, dovrebbe esser noto agli appassionati di teatro.
La locuzione viene, infatti, dal gergo teatrale: si cala la tela, cioè il sipario, quando è finita una rappresentazione.
Un tempo il sipario era costituito da una tela, vale a dire da un drappo arrotolato su sé stesso che veniva calato dall’alto.
Solo più tardi fu sostituito dalla coppia di tende che scorrono lateralmente. Ancora oggi, però, nei copioni si adopera la dicitura cala la tela per indicare il cambio di una scena o la fine di un atto.
Di qui, per l’appunto, l’uso figurato dell’espressione.
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