L'affezione
Il cortese lettore A. L. di Nuoro si domanda e ci domanda se esista una relazione etimologica tra l’affezione intesa come «stato morboso, patologico» (affezione intestinale, per esempio) e quella intesa come «affetto, tenerezza, disposizione positiva (verso qualcuno), sentimento».
Questo stesso termine, insomma, come può indicare due concetti apparentemente in antitesi? Esiste, quindi, una relazione etimologica tra le varie accezioni del termine che ha permesso, appunto, una divaricazione semantica del vocabolo?
Certamente, gentile amico. Lo stesso quesito ci è stato posto da un altro lettore qualche mese fa, ma lo riproponiamo. L’affezione è, dunque, il latino affectione(m), un derivato di afficere, composto con ad e facere (toccare, impressionare, influire).
Nel primo caso, per tanto, l’affezione tocca, impressiona, influisce sul nostro corpo determinando uno stato morboso, patologico (affezione intestinale, appunto); nel secondo caso l’affezione impressiona, tocca, influisce sul nostro spirito, sul nostro animo dando vita a quel «sentimento di viva benevolenza, attaccamento a una persona o a una cosa».
Da notare, a questo proposito, che l’affezione intesa come sentimento esprime minore intensità che affetto, quantunque abbiano in comune la medesima origine. Nei confronti di una persona, insomma, è meglio nutrire un certo affetto che non una certa affezione, anche per non dare adito a... equivoci semantici.
Essere un (o fare il) gaglioffo
Ciò che avete appena letto non è propriamente un modo di dire; trattiamo l’espressione perché ci è stata richiesta dal cortese lettore A.R. di Mentana il quale desidera conoscere, particolarmente, la provenienza di... gaglioffo.
Se apriamo un qualunque vocabolario possiamo leggere alla voce in oggetto: «di persona buona a nulla, goffa e ridicola in tutto ciò che fa» e, anticamente, «mendico, pezzente, furfante, manigoldo». In origine, quindi, il termine aveva l’accezione primaria di mendicante e attraverso vari passaggi semantici ha acquisito il significato odierno di cialtrone, buono a nulla. Vediamo, assieme, questi passaggi.
L’opinione corrente comune è che il vocabolo sia un incrocio di gagliardo e goffo (gagli-goffo). L’origine più verosimile, a nostro modesto parere, è invece il francese galli e offa, vale a dire il tozzo del gallo (cioè del francese).
Così era chiamata l’elemosina (offa) che si dava nei monasteri ai francesi che si recavano in pellegrinaggio a S. Jacopo di Galizia. Coloro che ne usufruivano erano detti, quindi, gaglioffi.
Il termine, con il trascorrere del tempo, ha acquisito, per tanto, l’accezione di mendicante, pezzente; poi, per corruzione semantica, ha finito con l’acquistare il significato di poltrone, balordo e via dicendo fino ad arrivare a quello odierno di cialtrone, buonannulla.
Giovanni con Daniela passeggiavano in giardino
Il lettore Salvatore di Enna ci scrive di aver letto su un periodico una frase che lo ha lasciato interdetto: «Giovanni con Daniela passeggiavano nel giardino della loro villa». Quel passeggiavano non è un errore – domanda il lettore – visto che il soggetto (Giovanni) è uno? No, cortese amico, la frase è perfettamente in regola con le... regole della nostra lingua. Vediamo.
La norma stabilisce, dunque, che il verbo concorda con il soggetto nel numero e nella persona: io dormo; tu cammini; noi leggiamo; essi cantano. Se una proposizione (o frase) ha due o più soggetti il verbo si mette – generalmente – nella forma plurale: Pasquale e Carlo erano amici d’infanzia. Questa la legge generale. Esiste, tuttavia, una deroga a questa legge linguistica.
Il verbo può avere tanto la forma singolare quanto quella plurale nei seguenti casi:
1) quando il soggetto è rappresentato da un nome collettivo seguito da un complemento di specificazione: un gruppo di scolari partì / partirono per una gita;
2) quando i soggetti sono separati tra loro dalle congiunzioni disgiuntive o, oppure, né: né l’amore né la persuasione è / sono bastati a convincerlo;
3) quando i soggetti sono riuniti dalla preposizione con (ed è il caso che interessa al nostro amico lettore): Giovanni con Daniela passeggiava / passeggiavano in giardino;
4) quando i soggetti inanimati (non persone o animali, quindi) sono considerati un tutt’uno, allorché esprimono, insomma, un’unica idea: l’amore e la comprensione del padre fu / furono determinanti;
5) quando i soggetti si intendono riferiti a uno stesso verbo: tuoni, fulmini, grandine si abbatté / abbatterono sul paese.
Un’ultima annotazione, cortese Salvatore. Quando i soggetti sono di genere diverso il verbo si pone nella forma plurale maschile: Pasquale, Caterina e Giancarlo furono rimproverati dal direttore. Se si tratta però, di soggetti inanimati, vale a dire di cose, il verbo può concordare con il soggetto più vicino: aerei e navi furono avvistati / avvistate. In questo caso si dice, in linguistica, accordo per attrazione. È lo stesso caso, insomma, della costruzione a senso, chiamata sillessi.
- Dizionario italiano
- Grammatica italiana
- Verbi Italiani
- Dizionario latino
- Dizionario greco antico
- Dizionario francese
- Dizionario inglese
- Dizionario tedesco
- Dizionario spagnolo
- Dizionario greco moderno
- Dizionario piemontese