Avere il cervello in pappa
Il lettore Arturo V, di Lamezia Terme (CZ), ci scrive: «Gentile dr Raso, seguo con vivo interesse le sue noterelle sull’uso corretto della lingua di Dante e sulla spiegazione di alcuni modi di dire propri della nostra bellissima lingua. Ne approfitto, quindi, per domandarle il significato e l’origine di un modo di dire che ho sentito ieri per la prima volta: Avere il cervello in pappa. Grazie se mi onorerà di una sua cortese risposta».
Sono io a ringraziarla, gentile amico, per la sua fiducia. La locuzione da lei riportata è di uso prettamente familiare e si riferisce a una persona molto stanca e, in quanto tale, non riesce più a usare la sua intelligenza.
Hanno il cervello in pappa, insomma, coloro che — per i motivi più disparati — hanno perso la lucidità mentale, il buon senso e la capacità di giudizio. L’espressione ci dà l’immagine — in senso figurato — di un cervello in poltiglia che, avendo perso la sua consistenza naturale, perde la sua funzionalità, ma non rasenta, per carità, l’idiozia. Il modo di dire si adopera anche nelle varianti avere il cervello in marmellata e avere il cervello in acqua.
E a proposito di stanchezza, cui fa riferimento la locuzione, come non ricordare l’espressione sentirsi a pezzi, essere, cioè molto stanchi fisicamente e moralmente? La locuzione — va da sé — non abbisogna di spiegazioni: la persona stanca sente — metaforicamente — che i suoi pezzi (le varie parti del corpo) stanno per... spezzarsi.
Drastico: uso e abuso
Probabilmente qualche lettore amante del bel parlare e del bello scrivere non concorderà su quanto stiamo per scrivere, ma ci facciamo forti della democrazia anche in campo linguistico. Molto spesso si fa un uso abusivo dell’aggettivo drastico, sarebbe necessario, quindi, che tutti conoscessero il suo... impiego originario. Vediamo, intanto, la sua origine.
Viene dal greco δραστικός
(drastikòs), tratto da δρᾶν (dran, agire). Drastico significa, per tanto, che agisce con efficacia. Per il suo significato fu adoperato, in origine, in campo medico: è un drastico medicinale, per evidenziare, appunto, la sollecita efficacia.
In seguito se ne fece un uso metaforico non condiviso da Alfredo Panzini il quale sosteneva, per l’appunto, che i drastici provvedimenti presi gli sembravano un po’ troppo metaforici. Se drastico significa, infatti, che agisce con efficacia non si può dire che i provvedimenti sono drastici fino a quando non se ne vedono gli effetti. Ma questo ragionamento, forse, è un po’ troppo cavilloso perché significa voler cercare, a tutti i costi, il classico pelo nell’uovo.
L’abuso (potremmo dire errore?) nasce quando all’aggettivo drastico si vuol dare il significato di notevole: c’è stato un drastico (notevole) aumento delle bollette telefoniche. Oppure quando si adopera il suddetto aggettivo come sinonimo di severo.
Basterebbe — prima di scrivere o di parlare — riflettere un attimo (non attimino, per carità!) sul significato delle parole da usare (ricorrendo, eventualmente, all’ausilio di un buon vocabolario, uno di quelli con la V maiuscola) per non incappare in inesattezze o in errori che alcune volte rasentano il ridicolo: la situazione meteorologica è drastica; ancora mal tempo dalle Alpi alla Sicilia.
Abbiamo esagerato anche questa volta? I vocabolari, purtroppo, non sono tutti dalla nostra parte.
Rione e quartiere
Il lettore Emanuele T. ci scrive: «mi sono trasferito temporaneamente a Roma per motivi di lavoro. Ho notato che alcune targhe stradali hanno in alto, sulla destra, la scritta R. II, per esempio; altre, invece, sempre a mo’ d’esempio, Q. VII. Sa spiegarmi, cortese dottore, il significato di queste strane sigle?»
Nessuna stranezza, cortese Emanuele. R sta per rione (R.II, rione secondo), Q per quartiere (Q. VII, quartiere settimo). I rioni sono quelle porzioni di città che si trovano all’interno delle Mura Aureliane; i quartieri, invece, fuori delle Mura.
Dizionari Repubblica.it - rione
Dizionari Repubblica.it - quartiere
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