L'agogica

Il lettore Saverio G. di Macerata ci chiede: «che cosa è l’agogica? Ho sentito questo termine da un compagno di scuola di mia figlia. Grazie in anticipo se avrò una risposta».

L’agogica, cortese amico, come si legge nel vocabolario Gabrielli in rete, è «l'insieme delle piccole modificazioni di tempo che si possono apportare a un dato ritmo musicale, per ragioni interpretative, durante l'esecuzione».
Per una spiegazione più esaustiva la rimando a quanto dice l’enciclopedia Wikipedia: «L'agogica (voce dotta dal tardo greco, ἀγωγή, agogè, condotta, movimento) è il complesso delle leggere modificazioni dell'andamento apportate a un pezzo durante la sua esecuzione per ragioni squisitamente interpretative.
Il termine fu introdotto nella moderna terminologia musicale da Hugo Riemann, dove sta ad indicare anche la disciplina che studia il fenomeno.
Le alterazioni del valore delle note e delle pause che costituiscono l'agogica spesso non sono indicate nel testo musicale, o lo sono in modo generico, come nel caso del rubato. Anche indicazioni più precise, come accelerando, rallentando, stringendo e ritardando, lasciano all'esecutore un ampio margine di discrezionalità.
Le variazioni agogiche sono distinte da quelle dinamiche, che consistono nelle variazioni delle intensità sonore. Tuttavia, i due parametri sono spesso abbinati e interagiscono variamente, tanto nella pagina scritta, quanto nel momento dell'esecuzione.
In diversa accezione, il vocabolo fu utilizzato già nel medioevo da Marziano Capella per indicare il movimento ascendente della melodia. Sono dei simboli o segni che indicano il cambiamento di tempo momentaneo della velocità. Si usano alcune parole convenzionali come: rallentando, ritardando, accelerando ecc.

25-07-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Aspettar le pere guaste

Anche questo modo di dire è stato relegato nella soffitta della lingua. È un vero peccato, però.
Un tempo questa locuzione si adoperava riferita a persone che si attardavano in qualche cosa, inutilmente, senza concludere nulla.
Il modo di dire è tratto dal linguaggio culinario. Le pere guaste, oggi piatto non più in uso, erano pere cotte nel vino: coloro che attendevano questa prelibatezza si trattenevano troppo a tavola. Di qui l’uso figurato dell’espressione.

Vocabolario degli Accademici della Crusca
Il lemma compare un' unica volta nel Vocabolario.
«PERA.
Frutta nota di molte, e varie ragioni, e sorte.
Lat. /Pyrum/. Bocc. n. 69. 23. Pirro, io ho gran disiderio d' aver di quelle pere, ec. Pirro, prestamente salitovi, cominciò a gittar giù delle pere.
¶ Dicesi proverbialmente, Aspettar le pere guaste, quando altrui si trattiene oltre al convenevole a tavola. Morg. Ch' aspettiam noi più qui le pere guaste? Quì, guaste, vale cotte in vino, e asperse di zucchero, ed è l' ultima cosa, che si da nella mensa.
¶ Lieva le pere, ecco l' orso : e dicesi per avvertimento dell' aver cura alla cosa, che tu hai in mano, quando vien da canto alcun' altro, che ne sia ghiotto, per tortela.
¶ Dicesi ancora, o vuo' questo, o vuo' delle pere [cioè Se tu non vuo' questo, tu non avrai ne questo, ne altro]
¶ In proverbio. Tal pera mangia il padre, ch' al figliuolo allega i denti : alcuni dicono, tale uva, e vale, che de' disordini, e degli errori del padre, ne tocca a far la penitenzia, il più delle volte, a' figliuoli. Lat. /patres comederunt uvam acerbam, et dentes filiorum obstupescunt/.

18-07-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Avere la scimmia (sulla spalla)

Questo modo di dire, probabilmente poco conosciuto e dal sapore popolare, quando nacque si riferiva alle persone ubriache o, comunque, dedite all’alcol. Oggi, con il “progresso” che ha riempito il mondo di drogati, la locuzione ha subìto un’evoluzione semantica passando a indicare coloro che sono sotto l’effetto degli stupefacenti tanto è vero che, attualmente, nel gergo degli addetti ai lavori si adopera per indicare una grave crisi di astinenza. Ma che cosa c’entra la scimmia? È presto detto.

Nella letteratura popolare la scimmia è molto spesso associata all’idea di qualcosa di orrendo e di pericoloso e, quindi, a qualcosa che fa perdere il controllo di sé stessi, in particolare nel caso dell’alcolismo, un tempo considerato il peggiore e il più vergognoso dei vizi.

La fantasia popolare vedeva, per tanto, l’alcolizzato come vittima di una scimmia che gli stava appollaiata sulle spalle e lo invitava, pressata dal proprio bisogno, a bere. Se l’ospite declinava l’invito l’animale subito si vendicava facendolo star male graffiandogli il viso e tirandogli i capelli.

La vendetta della scimmia, oggi, si potrebbe identificare, per l’appunto, nel gravissimo disagio di colui che si trova in crisi di astinenza.

11-07-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink