Parlare a orecchio
Un errore non è un errore: è l’applicazione di una regola giusta al momento sbagliato. Il passato prossimo si fa col verbo avere e un participio passato: ho pensato. Ma se dico ho andato sbaglio, perché quel verbo il passato prossimo lo fa con l’ausiliare essere.
Nello stesso modo, è una regola giusta quella di completare il messaggio con gli eventuali elementi mancati. Se qualcuno dice «Domani devo andare a Milano» e mentre lo dice c’è un botto in coincidenza con la sillaba la di Milano, chiunque capisce lo stesso la frase.
E lo stesso avviene nella lettura. Noi non leggiamo tutte le lettere dell’alfabeto di uno scritto, ma il nostro occhio va saltando, intuisce anche ciò che non legge, ed è questa la ragione per cui non vediamo gli errori di battitura.
Ma questo meccanismo ha i suoi inconvenienti e può condurre ad errori. A parte quelli di battitura, alcuni rivelano insufficienti letture e insufficiente cultura.
Quando — si sente anche nei media — qualcuno dice che tizio, interrogato, si è schernito, è chiaro che confonde, con gli occhi e con la mente, schernire (fare del sarcasmo su) e schermirsi, da schermo, non da scherno, e dunque più o meno proteggersi, difendersi, sottrarsi. Da cui scherma.
Costoro parlano la lingua come coloro che suonano a orecchio, senza mai avere visto un rigo musicale. E senza sapere quello che dicono.
Gianni Pardo
Gocciolare
Si presti molta attenzione a questo verbo che può essere transitivo (versare a gocce) e intransitivo (cadere a gocce).
Nei tempi composti si usa l’ausiliare avere se si prende in considerazione il contenitore: la bottiglia ha gocciolato; l’ausiliare essere, invece, se si fa riferimento al liquido: l’olio è gocciolato.
Stessa regola, ovviamente, per quanto attiene a sgocciolare.
Omografe e omofone (parole)
La nostralingua è ricca di parole omofone (stesso suono) e omografe (stessa grafia). Vediamo, succintamente, la differenza.
Le parole omofone sono dette anche omonime perché oltre ad avere il medesimo suono hanno anche lo stesso nome (la bugia, per esempio: candeliere e menzogna); quelle omografe, invece, hanno la medesima grafia ma il suono, cioè la pronuncia, non sempre uguale. Legge, norma e lègge, dal verbo leggere, per esempio, sono omografe ma non omofone. Le parole omofone, quindi, sono sempre omografe; queste ultime invece, non necessariamente sono anche omofone. E quanto alle omofone (o omonime) c’è da dire che nella stragrande maggioranza dei casi provengono da due termini diversi che hanno finito con il coincidere per l’evoluzione storica del linguaggio.
Vediamo, in proposito, qualche esempio: la lira, moneta, viene dal latino libra(m), mentre la lira, strumento musicale, da lyra(m); il miglio, la pianta, ha origine da miliu(m), il miglio, la misura da milia.
Ancora: la fiera, belva, da fera(m), fiera, mercato, da feria(m); botte, recipiente, da butta(m) (‘piccolo vaso’), botte, percosse, dal francese antico boter (percuotere).
Sarà bene, per tanto, accentare le parole omonime che possono generare equivoci: balia e balìa; regia e regìa; ambito e ambìto; subito e subìto; ancora e àncora; decade e decàde e via dicendo. L’accento che si adopera in questi casi si chiama fonico perché fa cambiare, appunto, il suono alle parole che hanno il medesimo nome.
Un accento, diceva un grande linguista, «se al posto giusto non ha mai fatto male a nessuno».
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