L'articolo delle squadre di calcio
Abbiamo sempre ritenuto che l'uso dell'articolo (maschile o femminile) per quanto attiene alle squadre di calcio fosse regolato dalla ragione sociale delle società calcistiche. Il se la squadra è registrata come circolo sportivo, club (si perdoni il barbarismo) ecc.; la se la denominazione sociale è società, associazione e simili. La spiegazione che dà, invece, il sito della Crusca ci... spiazza:
Il problema, affrontato in modo convincente da Giuseppe Francescato (in "Lingua Nostra", XXXIII, 1972, pp. 132-37), è stato poi ripreso e riassunto con grande chiarezza da Jacqueline Brunet, Grammaire critique de l'italien, 5 [Le genre], Parigi, Université de Paris, VIII-Vincennes, 1982, pp. 80-82.
Quando la squadra porta lo stesso nome della città di appartenenza – o una sua variante, come nel caso del Genoa – il genere maschile serve a distinguerla dal toponimo, che è normalmente femminile (quindi la magnifica Cagliari = la città; il magnifico Cagliari = la squadra).
Il femminile, probabilmente dovuto al sostantivo sottinteso squadra, si adopera con nomi derivati da un aggettivo etnico (la Fiorentina, l'Udinese) e con nomi che non corrispondono a un toponimo (quindi l'Atalanta, la Juventus, la Sampdoria e anche la Lazio, che così si distingue oltretutto dal nome della regione).
La principale eccezione, di fronte a una spiegazione del genere, è la Roma.
Giacerono? Sì, giacerono...
A proposito di verbi, tutti i coniugatori, i vocabolari e le grammatiche riportano come forma corretta della III persona plurale del passato remoto del verbo giacere solo essi giacquero.
No, amici, ci sono anche le forme regolari giacettero e giacerono – anche se poco adoperate – perché, come abbiamo scritto altre volte, le desinenze della III persona plurale del passato remoto indicativo dei verbi della II coniugazione possono essere sia -ettero sia -erono.
Queste forme si trovano in alcuni scrittori del passato e nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. Se qualche lettore, dunque, ama scrivere giacettero o giacerono – in luogo di giacquero, l'unica forma ritenuta corretta dai sacri testi – non può assolutamente essere tacciato di ignoranza linguistica.
La merenda
Vediamo come è nata la merenda che – come sappiamo – è una piccola colazione che si fa, generalmente, nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena. Diamo la parola, in proposito, a Lodovico Griffa. «Uno dei castighi (…) per i ragazzi era la privazione della merenda (…). Non discutiamo qui se questo castigo corrisponda ai canoni di una corretta pedagogia; fermiamoci invece a considerare come esso ci riveli un certo modo di pensare a proposito della merenda. Chi ricorreva a questa punizione non intendeva certo privare il ragazzo di una cosa che gli fosse indispensabile o che gli venisse per diritto insopprimibile. Semplicemente pensava di non potergli concedere una cosa, che, essendo un di più, il ragazzo doveva meritarsi e che invece con il suo comportamento non aveva meritato».
«La parola merenda, infatti, significa proprio cose da meritare (è pari pari il gerundivo latino merenda, da merere, meritare, propriamente cose da meritarsi per cibo, ndr) (…). I nostri buoni vecchi dunque vedevano la merenda pomeridiana (che gli adulti usualmente non consumano) non come un pasto indispensabile (…) ma come un premio aggiunto al normale nutrimento: in quanto premio, essa si concedeva solo a chi l'aveva meritata. I pedagogisti, gli igienisti, i pediatri ci diranno se effettivamente la merenda vada considerata a questo modo; di fatto però nei tempi andati il concetto che si aveva, tradito proprio dal nome ‘merenda', era questo».
Sempre per gli amatori dell'etimologia, ricordiamo che dal verbo merere derivano alcune parole di uso comune quali meritare, merito, emerito e… meretrice.
Quest'ultimo vocabolo è il latino meretrice(m) e propriamente vale colei che merita un compenso, che si fa pagare, che guadagna (per le sue prestazioni).
Da quest'ultimo termine discende, inoltre, l'aggettivo e sostantivo meretricio, con il plurale, si badi bene, meretrici per il maschile e meretricie per il femminile. Questa distinzione di plurali vale – ci sembra superfluo chiarirlo – solo quando il vocabolo è in funzione aggettivale.
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