Un rito apotropaico

Chissà quanti amici lettori – inconsciamente – portano con sé oggetti alessicachi oppure – sempre inconsciamente – svolgono riti apotropaici. Non abbiate paura, non fate nulla di sconveniente: allontanate da voi un’influenza maligna o portate con voi oggetti che sono contro la iettatura. Quando, infatti, fate le corna o toccate ferro compite uno di questi gesti. I due termini, probabilmente sconosciuti ai più, sono l’uno sinonimo dell’altro e provengono dal greco.
Quello più… adoperato – quantunque poco conosciuto – è l’apotropaico. È composto con le voci greche από (apò, da, preposizione che indica allontanamento) e τρέπω (trépo, volgo, rivolgo, rivolgo contro, quindi allontano da). È un normalissimo aggettivo della prima classe, terminando in o, e si declina regolarmente. Abbiamo, per tanto, riti apotropaici, preghiere apotropaiche e oggetti apotropaici. Un rito apotropaico o una preghiera apotropaica serve, quindi, ad allontanare un’influenza negativa (o maligna).
Anche il suo sinonimo alessìcaco o alexicaco – come dicevamo – proviene dal greco essendo formato con le voci elleniche αλέξησις (àlexis, protezione) e κακός (kakòs, male): mi proteggo dal male, quindi lo allontano. Questo aggettivo, pure della prima classe, serve, per tanto, a preservare dalle malattie, dalle disgrazie. I lettori medici, del resto, dovrebbero conoscere l’alessifarmaco, vale a dire quel rimedio contro il veleno.
E a proposito di riti vogliamo vedere come è nata la locuzione apotropaica toccare ferro? Ci affidiamo a Giuseppe Pittàno. È l’abbreviazione di toccare ferro di cavallo e ha il significato di fare scongiuri, accompagnato per lo più dal gesto concreto di stringere o toccare un pezzo di ferro per proteggersi dalla iettatura e dalle disavventure.
Nel Medio Evo si inchiodava un ferro di cavallo alla porta per tenere lontano fattucchiere e streghe. L’origine di questa superstizione è inglese. Raccontano le leggende che un giorno il diavolo, sotto mentite spoglie, si presentò a san Dunstano che era un maniscalco, pregandolo di ferrargli il piede porcino. Il santo capì subito che il cliente era il demonio e lo trattò a dovere. Lo legò fermo al muro con una catena, gli forgiò un bel ferro a giusta misura e l’inchiodò a suon di martellate nella zampa del poco raccomandabile cliente.
Inutilmente questo si mise a urlare ma il santo continuava a battere con violente martellate il piede della bestia che dovette darsi per vinta e chiedere pietà. Il santo maniscalco allora come contropartita della liberazione strappò al maligno la promessa di non entrare mai più in un luogo dove ci fosse un ferro di cavallo. Ancora oggi il ferro di cavallo è ritenuto un portafortuna, specialmente se trovato in un sentiero con i chiodi ancora infissi.
Anche un chiodo portato in tasca ha funzioni scaramantiche (apotropaiche, NdR) come il ferro. Un suggerimento a quelli che fissano il ferro di cavallo alla porta: fate attenzione che sia inchiodato con i due bracci verso l’alto e fissato con un numero dispari di chiodi, i quali devono solo reggerlo e non passare per i buchi che lo fissano allo zoccolo del cavallo. I chiodi devono essere arrugginiti (in caso contrario, se non si seguono alla lettera questi consigli, non si ottiene l’effetto apotropaico o alessicaco del ferro di cavallo, NdR).
Nella tradizione nordica invece di toccare ferro si dice toccare legno. Va ricordato in proposito che il nome del legno in tutte le lingue celtiche è omonimo di scienza, di sapere, e gli alberi, specialmente la betulla, il melo, il tasso, sono presenti in tutta la simbologia della vita e della morte.
La bacchetta di nocciolo è generalmente usata in magia per fare incantesimi e per combattere il male. L’altro rito alessicaco, quello di fare le corna per allontanare la iattura, fa notare Ottorino Pianigiani,

vuolsi derivato dall’uso delle donne romane di porsi un anello amuleto nell’indice e uno nel mignolo, d’onde verosimilmente ne sarebbe venuto l’uso di scongiurare la iettatura stendendo codeste due dita e chiudendo le altre

21-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Se Berta filasse ancora...

Amici e gentili lettori, voi che siete amatori della lingua e ci seguite con affetto (speriamo), ormai da molti mesi, siete i soli, forse, a rimpiangere il tempo che Berta filava; vale a dire i tempi in cui si dava l’importanza dovuta al parlare e allo scrivere correttamente.
Oggi, nel degrado generale in cui viviamo anche la lingua ha subito un totale decadimento, anzi molti fanno a gara (per non essere tacciati di arretratezza linguistica) nell’usare parole improprie che non hanno nulla che vedere con la lingua intesa nella sua accezione più alta; ed ecco, allora, che in molti rimpiangiamo il tempo che Berta filava.
Vogliamo vedere la nascita di questa locuzione che noi abbiamo un po’ storpiato perché la dizione esatta è non è più il tempo che Berta filava? La nascita, come sempre in questi casi, presenta molte incertezze: da ricerche faticosamente effettuate ci risultano due storie entrambe attendibili; citeremo quella che, a nostro avviso, riteniamo più aderente alla realtà.
Una contadina di Montagnana, certa Berta, essendo in possesso di un sottilissimo filo pensò di portarlo al mercato di Padova per venderlo; non sapendo, però, che prezzo chiedere per un filo che riteneva di un’utilità straordinaria pensò di regalarlo alla moglie di Enrico IV che temporaneamente si trovava in quella città. Così fece. L’imperatrice, colpita dalla bontà d’animo di quell’umile donna e volendo corrispondere con altrettanto slancio d’amore, ordinò che a Berta e ai suoi discendenti fosse dato in dono tanto terreno quanto fosse la lunghezza del filo.
Le altre donne, venute a conoscenza di questo straordinario fatto, cominciarono anch’esse a filare per farne poi dono all’imperatrice e ottenere, in cambio, tanta ricchezza. La sovrana – informata – rispose che apprezzava il loro affetto e la loro devozione, ma che solo Berta, però, occupava un posto nel suo cuore. Da questo fatto nacque, appunto, il modo di dire non sono più i tempi (o non è più il tempo) che Berta filava usato per indicare la disparità della condizione del tempo in cui viviamo. Ma sta anche significare il fatto che i tempi sono cambiati e con questi cambiano anche gli usi e i costumi (in negativo o in positivo); a nostro modesto avviso, però, i tempi non possono cambiare la lingua in toto: i cardini grammaticali sui quali poggia sono sempre gli stessi.
Per questo motivo non capiamo come mai alcuni vocabolari riportino il plurale di valigia e denuncia ora con la i, ora senza: valigie, valige; denuncie, denunce. Ci sono delle regole alle quali attenersi e che il tempo non può cambiare.
Una di queste stabilisce che il plurale dei sostantivi femminili terminanti in –cia e –gia, con la i tonica (vocale sulla quale cade l’accento), mantengono tale vocale nel plurale: farmacia, farmacie; bugia, bugie. Conservano altresì la i nel plurale le parole le cui desinenze –cia e –gia sono precedute da vocale: valigia, valigie; fiducia, fiducie; ciliegia, ciliegie.
Perdono la i, invece, i sostantivi femminili in –cia e –gia quando le consonanti c e g sono precedute da un’altra consonante: lancia, lance; denuncia, denunce; frangia, frange. La medesima regola si applicherà, ovviamente, alle parole la cui terminazione è –scia: coscia, cosce; striscia, strisce.
Come si vede, cortesi amici, sono regole molto semplici da ricordare e applicare. Come mai alcuni scrittori e le così dette grandi firme del giornalismo non le applicano? Forse non le conoscono? O per costoro sono finiti i tempi che Berta filava anche per la nostra lingua? Se è così c’è da rabbrividire.

19-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


I fumi dell'alcol

«Torna a casa in preda ai fumi dell’alcol e massacra la famiglia»; così titolava, tempo fa, un quotidiano locale. Le cronache dei giornali sono piene di fatti di sangue commessi da uomini in preda ai così detti fumi dell’alcol. Ma cosa sono questi fumi? Il vino, le bevande alcoliche in genere si bevono, appunto, non si fumano.
Per trovare la spiegazione di questo modo di dire occorre tornare indietro nel tempo e fermarsi ai primordi della scienza medica. Secondo gli antichi medici, dunque, dopo un’abbondantissima bevuta di liquidi contenenti alcol si sarebbe levato dallo stomaco un vapore che andando in direzione del cervello lo avrebbe offuscato. In seguito, per estensione, sarebbero nati altri modi di dire: i fumi dell’ira; i fumi della gelosia; i fumi della superbia e altri che ora non ci sovvengono.
E veniamo a un altro modo di dire. «Sbrigati, alzati, la pacchia è finita», urlò il padre al figlio. «Finalmente anche tu conoscerai i sacrifici che si devono fare per guadagnarsi un tozzo di pane!».
L’espressione fare la pacchia, dunque, vale a dire aver trovato il modo di vivere bene, di mangiare e bere senza alcuna spesa, ci è stata tramandata dal mondo contadino. Il termine pacchia, dal latino pabula, plurale di pabulum (pascolo) un tempo indicava la pastura per gli animali. Gli animali, infatti, hanno la loro pacchia: mangiano e bevono senza lavorare.

18-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink