Andrò e rianderò

Un nostro amico ci ha chiamato in causa in quanto – poco prima della fine dell’anno scolastico – l’insegnante di suo figlio, liceale, ha sottolineato con la fatidica matita blu la frase rianderò con la memoria gli anni della mia infanzia, che il ragazzo aveva riportato, appunto, in un tema. Che cosa rispondere a quest’insegnante?
Dirgli «si aggiorni!» ci sembra improprio perché non si tratta di essere aggiornati, ma di conoscere i vari usi e le varie norme grammaticali che regolano il verbo andare, e la frase incriminata (a parere del professore) rispetta in pieno, invece, gli usi e le norme; lo studente non ha commesso, insomma, alcun errore linguistico-grammaticale.
Vediamo, quindi, la storia del verbo andare che molto spesso crea perplessità e problemi – come abbiamo visto – agli stessi docenti. Andare, dunque, appartiene alla schiera dei così detti verbi irregolari perché nel corso della coniugazione cambia il tema and in vad; il primo gli è proprio, nel senso che gli appartiene; il secondo è tratto dal verbo latino vadere e si coniuga con l’ausiliare essere.
Il futuro e il condizionale (andrò, andrei) sono le forme sincopate delle voci regolari anderò e anderei. Queste ultime non sono affatto errate – come sostengono alcune grammatiche – sebbene sia meglio lasciarle alla lingua parlata e alle composizioni poetiche.
È tremendamente errato, invece, l’accento che alcuni mettono sulla terza persona singolare del presente indicativo: egli và. Una legge grammaticale stabilisce, infatti, che i monosillabi composti con una consonante e una vocale non debbono essere accentati (eccetto qualche caso particolare): va (senza accento).
E veniamo al composto riandare, causa del contenzioso tra l’insegnante e lo studente, con vittoria di quest’ultimo. È superfluo ricordare il fatto che il verbo in questione è formato con il prefisso ri, indicante la ripetizione dell’azione, e con il verbo andare. Ciò che è importante conoscere, invece, è il fatto che detto verbo può essere sia transitivo sia intransitivo e può seguire e la coniugazione regolare e quella irregolare (io rivado, io riando).
Naturalmente secondo precise norme. È intransitivo e coniugato con la forma irregolare quando significa andare di nuovo, ritornare in un luogo: rivado a Parigi; sono riandato a Parigi. È transitivo e coniugato secondo la forma regolare (sempre il tema “and”) quando ha il significato di ripercorrere con la memoria, tornare con la mente sulle cose passate: gli anziani riandano i casi della loro vita.
Lo studente, quindi, ha ripercorso con la memoria la sua infanzia. Bene. E con trasandare, gentile professore, come la mettiamo? Secondo lei la forma corretta è io trasvado essendo un composto di andare? Ma non diciamolo neanche per ischerzo! Trasandare è regolarissimo: io trasando, tu trasandi, essi trasandano.
E sempre a proposito del verbo andare, è bene fare alcune considerazioni al fine di adoperarlo sempre correttamente. Andare, dunque, significa, in senso generico, spostarsi, andare da un luogo a un altro e può voler dire, di volta in volta, camminare, recarsi, dirigersi e molto spesso è contrapposto a venire.
Bene, nei casi specifici, ci sembra più opportuno dal punto di vista prettamente linguistico-grammaticale adoperare il verbo... specifico in luogo del tuttofare andare. Diremo, quindi, che Giulia si è recata a scuola invece della forma poco ortodossa è andata. Così come diremo che Luigi è partito per Venezia in luogo della forma popolana è andato. Ma questa, forse, è solo una nostra pedanteria.
È adoperato correttamente, invece, in alcune locuzioni particolari; anzi, in alcuni casi il verbo andare dà un tocco di classe ai nostri scritti. Andare per le lunghe, infatti, è meglio che procedere molto lentamente, indugiare troppo.
Concludendo: il verbo andare è indispensabile per la formazione dei così detti modi di dire come, per esempio, andare a genio, vale a dire soddisfare, piacere.

15-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Essere un impiastro

Essere un impiastro, vale a dire una persona molto noiosa, lamentosa, che ha sempre necessità di qualcosa ma soprattutto importuna, invadente. Accontentiamo, così, l’amico che ci scrive da Potenza.
Il modo di dire fa riferimento agli impiastri (o empiastri, dal greco έμπλαστρον, émplastron, derivato di εμπλάσσειν, emplàssein, spalmare) medicamentosi, simili ai cataplasmi adoperati, un tempo, in medicina a scopo terapeutico, appunto.
Erano composti, generalmente, di sostanze vischiose, oleose, spesso molto puzzolenti e quasi sempre appiccicaticce.
Erano, per tanto, molto scomodi per coloro che li preparavano perché se ne impiastricciavano abbondantemente prima di chiuderli nel panno destinato all’applicazione; ma erano scomodi anche e soprattutto per coloro che li subivano visto che erano puzzolenti, a volte bollentissimi, a volte, al contrario, ghiacciati; erano comunque pesanti e costringevano il paziente a una fastidiosa immobilità.
Di qui, per l’appunto, l’uso figurato della locuzione.

14-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Come è nato lo stipendio

Vogliamo vedere come è nata la parola chiave che apre le porte della vita economica di ciascun individuo: lo stipendio? Cominciamo con i vocaboli adoperati per indicare retribuzioni periodiche, per prestazioni di vario genere, come suol dirsi, anche se – naturalmente – la carrellata non sarà completa.
Il termine generico, in assoluto, è la paga che si collega, ovviamente, al verbo pagare. Questo verbo, a sua volta, non è altro che il... latino pacare che, propriamente, significa tranquillizzare, calmare. Pagare una persona significa, per tanto, fare in modo che questa si tranquillizzi e non reclami più quello che deve avere: con la paga è stata... pacata, è stata tranquillizzata.
La prova del nove si può avere analizzando il termine quietanza. Chi firma una quietanza si dichiara... quieto, vale a dire soddisfatto di quanto ricevuto per la sua opera.
Lo stipendio, invece, che in origine era una retribuzione corrisposta ai mercenari o il pagamento dovuto ai militari, ha acquisito l’attuale accezione di retribuzione di lavoro subordinato degli impiegati solo qualche secolo fa.
Il termine è composto di un vocabolo latino, stips (piccola moneta), di origine non chiara, più il verbo pendere che voleva dire pesare e, insieme, pagare: stips-pendium. Stipendiare vuol dire, propriamente, pagare con moneta spicciola.
Nell’antica Roma i soldati avevano diritto, oltre allo stipendio, a una distribuzione periodica di sale, arriviamo, così, al salario: allorché si permutò questa distribuzione di sale in un pagamento periodico, esso fu chiamato, appunto, salario. Oggi, come è noto, il sale non si distribuisce più ma il ricordo di quel tempo resta indissolubilmente nella radice del termine.
Ci sembra superfluo ricordare che la differenza tra stipendio e salario consiste nella distinzione – che oseremo chiamare classista – tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Distinzione che – se non cadiamo in errore - non esiste in altre lingue: in Gran Bretagna, per esempio, un professore universitario riceve un salario.
Ma continuiamo la nostra “carrellata” analizzando altri termini che indicano altri tipi di retribuzione. Leggiamo spesso sulla stampa che vari sovrani d’Europa si sono aumentati il loro appannaggio. Cos’è, dunque, questo appannaggio? Per intuizione capiamo che è lo stipendio dei regnanti, esattamente dotazione a favore di principi del sangue o ai capi di Stato.
Le due n del termine con cui oggi si scrive ce ne nascondono l’origine che è francese: apanage, da apaner (dar del pane, in seguito dotare). In Francia, infatti, con questa parola si indicava tutto ciò che serve per provvedersi il pane; in altri termini si indicava un assegno che serviva per comperare le cose di prima necessità. Dal punto di vista etimologico, quindi, il solenne vocabolo equivale alla nostra modestissima e conosciutissima pagnotta. Non si dice, anche se scherzosamente, che una persona lavora per una pagnotta?
Soffermiamoci un momento, ora, sui termini che indicano le retribuzioni date volta per volta per singole prestazioni di servigi. Il compenso che si dà ai professionisti va sotto il nome – come si sa – di onorario. Il vocabolo mostra inequivocabilmente che cosa voleva significare in origine: denaro dato a titolo d’onore. La prestazione di un professionista è così nobile che non si può fissare un compenso: ciò che il cliente dà non è destinato a pagare una prestazione; ma a dare un segno tangibile di onore. Resta il fatto, però, che sempre di vile denaro si tratta. Ma tant’è, scherzi della lingua.
Così pure, allorché un fedele chiede al sacerdote di celebrare una messa in suffragio di un caro defunto non gli dà un compenso sibbene un’offerta. Anche in questo caso, comunque la si metta, sempre di vile denaro si tratta.

14-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink