Toccare + infinito
Se non abbiamo preso un abbaglio sembra che tutti i linguisti siano d'accordo - una volta tanto - nel sostenere che quando il verbo "toccare", nell'accezione di "essere costretto", è seguito da un infinito è preferibile non farlo seguire dalle preposizioni "di" o "a": mi tocca partire domani mattina presto.
Alcuni Autori, però, privilegiano la costruzione del verbo con la preposizione "di".
Il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni, invece, lega il verbo toccare all'infinito che segue con la preposizione "a": "Mi tocca a vedere e a sentir cose...!"
Il nostro modesto parere - per quel che può valere - (abbiamo fatto una rima involontaria) è di legare 'toccare' direttamente al verbo che segue: A Giovanni è toccato dare la triste notizia. Questo, sempre a nostro parere, per una questione di "armonia stilistica".
Dirottare...
Ancora un verbo che – a nostro modo di vedere – molte volte viene adoperato impropriamente se non in modo errato: dirottare. Il significato proprio del verbo è, come si può leggere nei vocabolari, «dirigere una nave o un aereo o un treno o una corriera per una rotta (o percorso) diversa da quella stabilita»: i terroristi hanno dirottato l’aereo.
Spesso si usa in senso figurato o riferito a persone: il corteo dei manifestanti è stato dirottato verso un’altra piazza; ho dirottato i miei amici in casa di mio cugino; ho dirottato i sui gusti verso i miei.
Frasi simili, a nostro avviso, in buona lingua italiana sono da evitare perché si fa un uso “distorto” del verbo in questione. In casi del genere ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: mandare, suggerire, fare, prendere: ho mandato i miei amici in casa di mio cugino; ho fatto avvicinare i suoi gusti ai miei.
Naturalmente molti linguisti – se dovessero imbattersi in queste noterelle – dissentiranno. Ma tant’è.
Sposare sotto l'albero fiorito
Chissà quanti amici lettori, inconsapevolmente, hanno messo in pratica questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - che significa “sposare senza l’approvazione ecclesiastica”, vivere in concubinaggio.
La locuzione sembra sia nata a Roma, ai tempi della Repubblica Romana del 1798.
Narrano le cronache del tempo che allora i matrimoni si celebravano sotto l’albero della libertà innalzato sulla piazza del Campidoglio dove i promessi sposi, perché la loro unione fosse ‘legalmente’ valida, dovevano pronunziare alla presenza di un ufficiale dello stato civile la semplice formula: “Questo è mio marito”, “Questa è mia moglie”.
Da questa usanza è nato, appunto, il modo di dire suddetto, sposare sotto l’albero fiorito, vale a dire convivere senza regolare matrimonio.
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