Vedere pescare la gatta

Quest'espressione non è molto conosciuta essendo stata relegata nella soffitta della lingua; un tempo, però, andava di moda ed era adoperata con il significato di essere ingannato: ho mandato il mio amico a «veder pescar la gatta», gli ho fatto credere, cioè, una cosa per un'altra. Questo modo di dire, insomma, è simile a quello più conosciuto e ancora adoperato, darla a bere.
Anche se desueto, come dicevamo, lo proponiamo perché ci piacerebbe che tornasse alla ribalta. Per la spiegazione e l'origine della locuzione ci affidiamo a Franco Sacchetti, novelliere e poeta vissuto a cavallo dei secoli XIV e XV, il quale nella novella XCIX racconta che «Bozzolo mugnajo volendo rubare il grano a un signore fiorentino, che per isfiducia di lui aveva mandato un suo garzone che assistesse alla macinazione, onde ingannare il garzone e rubare a suo agio, prese una gatta e disse che andava con quella a pescare. Il ragazzo, spinto dalla curiosità, volle andare a vedere questa novità, senza curarsi degli ordini che aveva ricevuto dal padrone. Intanto il garzone del mugnajo, da questo indettato, messe nei sacchi del signore due staja di farina di meno. Di qui venne il proverbio "veder pescar la gatta", quando alcuno è tratto in inganno con qualche astuzia».
Francesco Serdonati, grammatico e umanista fiorentino del XVII secolo, nella spiegazione che dà del modo di dire, non fa riferimento alla novella del Sacchetti e si limita a dire che veder pescar la gatta vuol dire lasciarsi burlare e lo fa derivare «da' mugnaj, che quando va qualche sempliciotto al mulino, gli dicono che vadi a veder pescar la gatta, ed egli, credendo veder qualche cosa nuova, corre al fiume, e 'l mugnajo fra tanto gli ruba il grano o la farina».

16-08-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


E in principio fu il verbo

Permettetemi, gentili amici, di entrare discretamente nelle vostre case e di presentarmi. Sono il principe del discorso, la parola per eccellenza; in altri termini sono il verbo. Dai miei biografi sono definito «quella parte variabile del discorso che serve per indicare un fatto, un modo di essere, un'azione riferita a un determinato soggetto e considerata nel tempo passato, presente e futuro».
Come potete constatare, senza di me nessuno può aprire bocca; sono, quindi, la chiave che vi consente di accedere dappertutto nel vastissimo labirinto della lingua italiana. Posso vantare nobili natali: discendo, infatti, dal latino verbum, la parola per eccellenza.
Tutti i verbi della lingua italiana possono essere raggruppati in due grandi categorie: verbi transitivi e verbi intransitivi. Non tutti, però, mi sanno adoperare a dovere, anzi molti non riescono a distinguere un verbo transitivo da un verbo intransitivo. Alcuni, tra i miei biografi, amano dire: un verbo si dice transitivo quando l'azione da questo espressa passa (transita) direttamente dal soggetto che la compie all'oggetto che la riceve: Giuseppe impara la poesia. Oppure: un verbo si dice transitivo quando può avere un complemento oggetto (anche sottinteso).
Nonostante queste chiarissime definizioni, però, molto spesso alcuni non riescono a trovare il complemento oggetto perché sovente non è espresso. Ho pensato, quindi, di suggerirvi un piccolo trucco per distinguere i verbi transitivi da quelli intransitivi, da quelli, cioè, che non possono avere un complemento oggetto perché l'azione non passa ma resta sul soggetto che la compie. Vediamo.
Un verbo è transitivo se può diventare passivo con l'ausiliare essere (o venire). Mi spiegherò meglio con un esempio: Mario vede il sole. Possiamo dire esser visto? Sì, il verbo vedere è, quindi, transitivo. Antonio passeggia sul marciapiede. Possiamo dire essere passeggiato (o venire passeggiato)? Indubbiamente no. Il verbo passeggiare, per tanto, è intransitivo. L'azione che Antonio compie (il passeggiare) non passa sul marciapiede ma resta sul soggetto (Antonio).
A questo riguardo mi preme chiarire il corretto uso del verbo iniziare, perché se non adoperato a dovere è spesso causa di furibonde liti con il cugino cominciare. Mamma Rai — come usa dire — fino a qualche tempo fa, anziché fare la pompiera alimentava le liti tra i due. Sul piccolo schermo compariva la scritta «le trasmissioni inizieranno alle 9.30». Questo inizieranno mandava letteralmente in bestia il verbo cominciare, l'unico autorizzato a comparire in frasi di questo tipo. Perché? vi domanderete. È presto detto.
Iniziare è solo transitivo, non può essere adoperato intransitivamente. Le trasmissioni quale azione compiono, visto che un verbo transitivo deve avere necessariamente un soggetto animato che compie l'azione? In casi del genere, se proprio si vuole usare il verbo iniziare, lo si faccia diventare un finto passivo o riflessivo: le trasmissioni si inizieranno alle 9.30.
Il problema non si pone se si adoperano i verbi che fanno alla bisogna: cominciare o incominciare, entrambi sono bivalenti, possono essere, cioè, sia transitivi sia intransitivi.
Grato della vostra attenzione, vi saluto cordialmente.
Il vostro amico
Verbo

14-08-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Stare a dozzina

Ecco un altro modo di dire, del nostro meraviglioso idioma, poco conosciuto. Ne sa qualcosa il cavalier Trombini, che costretto per lavoro ad abitare temporaneamente in casa d'altri, in subaffitto, si sentì dire che stava a dozzina . Vediamo, dunque, il significato di questa locuzione che, lì per lì, Trombini non seppe interpretare.
Due sono le origini del modo di dire. L'espressione significa, intanto, vivere in casa altrui pagando un tanto il mese per il vitto e per l'alloggio. Molti Autori sostengono, in proposito, che l'espressione derivi dal fatto che un tempo il fitto si pagava ogni dodici giorni (dozzina), non ci sono, però, prove provate.
Sentiamo la versione del Tommaseo: «Il dare, lo stare, l'essere, il mettersi, il tornare a dozzina, il tenere dozzina, numero determinato per l'indeterminato, viene forse da questo: che ce ne vuole un certo numero perché il conto torni; o perché il numero dodici, oltre l'essere compito, segnatamente ne' conviti, è tenuto di buon augurio, o da' dodici commensali alla cena del Signore».

11-08-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink