Il fallocrate
Riprendiamo il nostro viaggio — interrotto tempo fa — alla ricerca di parole omografe ed omofone (parole che si scrivono e si pronunciano nello stesso modo) ma di etimologia e significato, in genere, del tutto diversi.
Quale parentela esiste, per esempio, tra il fallo nell'accezione di errore, sbaglio, il fallo calcistico e il fallo o membro virile?
Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce in oggetto, possiamo leggere: mancanza, colpa grave, errore, sbaglio, imperfezione, azione irregolare o scorretta, organo genitale maschile. La nostra curiosità etimo-significato, però, non viene appagata in quanto non siamo in grado di stabilire l'eventuale parentela che intercorre tra i vari falli nei significati suddetti.
Vogliamo conoscere, insomma — ed è lo scopo del nostro viaggio — il capostipite che ha generato — nel caso — i vari... falli. Per questo ci affidiamo a Enzo La Stella, studioso di cose linguistiche, che con somma maestria ci guiderà — senza alcun... fallo — nel nostro viaggio prettamente etimologico.
«(...) Tralasciamo il "fallo" imperativo che invita perentoriamente a fare qualcosa, cominceremo col fallo che indica l’errore (“mettere un piede in fallo”) e da cui deriva il “fallimento”; all’origine il latino fallere, ingannare o deludere e, al passivo, sbagliare, significati che vanno perfettamente d’accordo coi nostri. Apparentemente anche il fallo calcistico sembra avere la stessa provenienza ma, in realtà, è l’adattamento fonetico dell’inglese foul , sporco, scorretto, irregolare. Il fallo anatomico e, ormai, soprattutto politico (ma ricordiamo anche un fungo velenoso, l’'Amanita phalloides', che gli somiglia per la forma) viene invece dal greco φαλλός phallós, riproduzione in legno, cuoio o ceramica del membro virile, che era uso onorare come simbolo della potenza generatrice e portare in processione per impetrare abbondanti raccolti. Il -crate che gli si aggiunge in ‘fallocrate’ per indicare l’esasperato maschilista che userebbe il fallo come scettro per dominare ci riporta ancora al greco κράτος kràtos, potere, da cui derivano anche ‘aristocrazia’ o governo degli ottimati ( ἄριστος àristos), ‘plutocrazia’ ( πλοῦτος plùtos, ricchezza), ‘partitocrazia’ e simili».
Il «precedessore»?
Ci scrive Carmelo T. da Crotone: «Gentilissimo dott. Raso, sono un suo affezionato lettore, la seguo dai "tempi dei tempi" dalla mia meravigliosa terra di Calabria. È la prima volta che le scrivo. Spero vorrà prendere in considerazione la mia richiesta. Per quale motivo si deve dire “predecessore” e non — secondo logica — “precedessore”, il sostantivo non deriva dal verbo “precedere”? Potrebbe essere un caso di “metatesi”, vale a dire un’inversione di lettere all’interno di un vocabolo come, per esempio, “spengere”, in luogo di “spegnere”? In attesa di leggerla la saluto cordialmente ringraziandola, veramente di cuore, per le sue incomparabili "lezioncine"».
No, gentile amico, sarebbe un caso di metatesi se il sostantivo provenisse — come potrebbe sembrare — dal verbo precedere. Non è, per l’appunto, così.
Il vocabolo in questione è di origine schiettamente latina provenendo dal sostantivo del tardo latino praedecessor, -oris, formato con il prefisso prae (prima) e il sostantivo decessor, -oris, un derivato del verbo decedere (andar via). Il predecessore, quindi, dal punto di vista prettamente etimologico, è colui che è andato via prima.
Come si può ben vedere, per tanto, non c’è alcuna inversione di lettere all’interno della parola e il vocabolo è l’italianizzazione dell’accusativo latino praedecessorem. Nel passaggio dal latino all’italiano la maggior parte dei sostantivi hanno perso la consonante finale e nel caso specifico il dittongo ae si è mutato in semplice vocale: predecessore(m). Ritengo superfluo ricordare che il femminile corretto è — anche se suona male — predecessora e non, come sostengono alcuni pseudolinguisti, preceditrice.
Se non le piace, cortese amico, può sempre ricorrere al sinonimo — che francamente trovo bruttissimo, un obbrobrio linguistico — antecessore con il relativo femminile antecessora, la cui provenienza è sempre il… latino.
Minimizzare
Dal vocabolario Gabrielli in rete:
«minimizzare (minimìzzo) v. tr.
Ridurre al minimo qualcosa: m. l'impegno in una gara. ‖ Sminuire il rilievo, il valore, l'interesse di qualcosa: m. la bravura di un artista; m. l'entità del danno subìto.»
Aldo Gabrielli, nel suo Dizionario Linguistico Moderno, bolla di francesismo il su citato verbo; crediamo, quindi, che il Maestro si starà rivoltando nella tomba vedendolo immortalato nel suo vocabolario in rete. Scrive l'insigne linguista: «Brutto neologismo di origine giornalistica, ripreso pari pari dal francese minimiser : ridurre alle minime proporzioni; e si dice specialmente di notizie, di fatti, di avvenimenti: "Il ministro tentò di minimizzare l'accaduto". Ne hanno fatto finanche una "minimizzazione"! Tutte cose da buttar via. L'italiano dice "ridurre al minimo o a zero" o anche soltanto ridurre, restringere, rimpicciolire, sminuire, diminuire; in certi casi svilire, svalutare e simili».
I ritoccatori del vocabolario in rete non l'hanno buttato. Noi lo buttiamo senza indugio (anche se si trova in altri dizionari), sperando che seguano il nostro esempio gli amatori del bel parlare e del bello scrivere.
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