Per cui…

L’argomento che stiamo per affrontare, probabilmente, è stato già trattato. Onestamente non lo ricordiamo. Lo riproponiamo, eventualmente e ci scusiamo per... l’eventuale ripetizione, perché abbiamo avuto modo di constatare (e constatiamo tuttora) che moltissime persone, tra le quali dobbiamo annoverare — nostro malgrado — le grandi firme della carta stampata e no, adoperano in modo orrendamente errato la locuzione per cui nel senso di perciò, per la qual cosa.
Il cui innanzi tutto — chiariamolo subito — è un pronome relativo indeclinabile ed è riferibile a persona, animale o cosa. Non è corretto usarlo in funzione di soggetto, si impiega esclusivamente come complemento indiretto: ecco il libro di cui ti parlavo; tu sei quello per cui ho molto sofferto. Quando è complemento di termine il cuipuò essere o no preceduto dalla preposizione a, dipende dal gusto di chi scrive o parla: la persona cui mi rivolsi o la persona acui mi rivolsi.
Fatta questa necessaria precisazione, veniamo all’errore di cui parlavamo all’inizio di queste modeste noterelle. Lo strafalcione, dunque, consiste nel dare al cui un significato neutro che molto spesso si dà al pronome che, vale a dire il significato di la qual cosae formare, in tal modo, il costrutto — errato, ripetiamo — per cui nel senso di perciò, per la qual cosa.
Insomma, per essere estremamente chiari — amatori della buona lingua, che ci onorate della vostra fiducia — non è corretto dire o scrivere: pioveva, per cui non sono uscito. Si dirà, correttamente: pioveva, perciò non sono uscito; oppure: pioveva, per la qual cosanon sono uscito.
Pedanteria? Fate l’analisi logica del per cui e... giudicate.

12-07-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Guadagnare

Due parole su un verbo che — sempre a nostro modo di vedere — viene molto spesso adoperato se non in modo errato, impropriamente: guadagnare. Il significato del verbo è — come si può leggere su un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana — «ottenere o ricevere come utile o profitto da un lavoro, da una prestazione o da uno scambio commerciale». Il verbo, insomma, implica una fatica fisica o morale.
È adoperato correttamente, quindi, in frasi tipo guadagnare 250 euro il mese; è riuscito a guadagnarsi la simpatia di tutti gli astanti; oppure, guadagnare terreno, vale a dire conquistarlo avanzando con fatica; guadagnare tempo, ottenerlo, cioè, con qualche artificio. Come si può vedere, dunque, negli esempi sopra citati c'è sempre l'idea dal lavoro, della fatica.
Non è corretto usarlo in frasi — come si legge spesso sulla stampa — ha guadagnato 300 mila euro nel gioco delle scommesse. Dov'è la fatica? In questo caso e in altri simili il verbo appropriato è vincere.
Insomma — non vogliamo essere ripetitivi — in frasi in cui non è sottintesa l'idea della fatica, l'uso del verbo guadagnare è errato o, per lo meno, improprio.
Non si dirà,quindi, guadagnare l'uscita; guadagnare in fretta la fuga; la nave ha guadagnato il porto in nottata e frasi simili. In buona lingua ci sono verbi propri che fanno alla bisogna: raggiungere, arrivare, entrare, giungere e simili.

11-07-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink


Orchestrali? No, professori d'orchestra

Perché professori d’orchestra e non orchestrali? Perché — anche se siamo sbugiardati dai vocabolari e da qualche linguista d’assalto — il termine è solo aggettivo e tale deve rimanere.

È errato dire, per esempio, il pubblico in sala ha contestato gli orchestrali; si dirà, correttamente: il pubblico ha contestato i professori d’orchestra.

Orchestrale, ripetiamo, è solo aggettivo: corpo orchestrale, musica orchestrale. I sostantivi che fanno alla bisogna, secondo i casi, sono, insomma: sonatore, maestro, professore d’orchestra. I vocabolari, come detto… ma tant’è.

10-07-2017 — Autore: Fausto Raso — permalink