Declinare e detenere
Altri due verbi della nostra bellissima lingua adoperati impropriamente e sempre con la complicità dei soliti vocabolari: declinare e detenere.
Cominciamo con l’analizzare il primo, che propriamente significa piegare, calare, modificare, scendere inclinandosi e simili: le colline declinano verso il mare. Non è adoperato correttamente, dunque, nell’accezione di rifiutare, dichiarare, dare e simili: Giovanni ha declinato
l’invito; la polizia ha chiesto ai presenti di declinare le generalità. In questi casi ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: respingere, rifiutare, ricusare, rinunciare, dichiarare, dire, esporre , a seconda del contesto. Si dirà correttamente: Giovanni ha rifiutato l’invito; la polizia ha chiesto ai presenti di dichiarare le generalità.
Il secondo, detenere, vale ‘tenere presso di sé (qualcuno o qualcosa) con la forza’ e solo con questo significato andrebbe adoperato. I detenuti non sono trattenuti “con la forza”? Non ci sembra corretto, quindi, usarlo in altre accezioni come, per esempio, “detenere un primato”, “detenere il brevetto” e simili. Anche in questi casi ci sono altri verbi per l’occorrenza: vantare, tenere, avere, possedere ecc.
Disarmare
Ecco un altro verbo, disarmare, che adoperato in senso figurato (e sempre con il beneplacito dei vocabolari) è un francesismo da evitare in buona lingua italiana.
Il significato principe del verbo è « privare delle armi, togliere le armi» : tutti gli uomini furono catturati e disarmati.
Impiegarlo — come molti fanno — con il significato di placare, rabbonire, domare, conquistare e simili è — ripetiamo, a nostro modo di vedere — un gallicismo da respingere recisamente. Non si dica, per esempio, quella ragazza ha un sorriso che disarma, ma ha un sorriso che conquista.
Si può accettare — sempre a nostro avviso — solo nel significato di cedere, rinunciare, ritirarsi, mollare : nonostante le pressioni ricevute quell’individuo non disarma (non rinuncia a...).
Etimo.it - disarmare
Essere la panca delle tenebre
Forse pochi conoscono questo modo di dire, che significa « essere sistematicamente maltrattati », « essere la vittima di turno » per cui nessuno ha rispetto e tanto meno pietà.
La locuzione trae origine dalle cerimonie liturgiche che si svolgevano, in passato, durante la settimana santa. Nel corso della suddetta settimana, durante l’ufficio religioso delle Tenebre i devoti percotevano le panche della chiesa con delle verghe.
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