Prognosi e diagnosi
Da un quotidiano in rete: «Lecce, dà fuoco alla compagna davanti ai figli: arrestato 24enne. La donna è ricoverata in prognosi riservata. I carabinieri chiamati dallo stesso giovane».
Siamo stati accusati di censurare sempre la lingua biforcuta della carta stampata e no. Ma come facciamo a chiudere un occhio davanti a simili strafalcioni linguistici? La prognosi non è un reparto ospedaliero come lo è, per esempio, ortopedia, cardiologia ecc.: il paziente è stato ricoverato in ortopedia.
La prognosi, come si può leggere in un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana, è la «previsione sul decorso e sull'esito di una malattia: fare una prognosi; prognosi benigna». Il titolo corretto, dunque, avrebbe dovuto essere: «La donna è ricoverata CON prognosi riservata». La prognosi riservata viene emessa quando i sanitari non hanno elementi sufficienti per dare un responso definitivo.
E visto che siamo in argomento vediamo la differenza tra la diagnosi e la prognosi perché, molto spesso, i due termini si confondono. La diagnosi è l'individuazione di una patologia, la prognosi (come abbiamo visto) indica la durata e l'esito di una malattia o di un trauma.
Diagnosi
Prognosi
Linguisti e giornalisti
Abbiamo l'impressione che nell'immaginario collettivo (anche se non si deve mai generalizzare) si faccia una gran confusione tra giornalisti, scrittori e... linguisti. Si accredita la tesi secondo la quale un giornalista così detto di grido, un giornalista dal nome prestigioso, sia anche un ottimo linguista. Questa tesi, a nostro modo di vedere, è falsa e, quindi, da respingere recisamente.
Un ottimo giornalista è colui che sa scegliere le notizie e, una volta assimilate, le commenta per il grande pubblico con parole semplici rispettando l'ortografia, l'ortoepia e la sintassi, come farebbe un insegnante di fronte ai suoi allievi. Il giornalista — in un certo senso — è l'educatore della pubblica opinione.
I giornalisti dal nome prestigioso (ma chi stabilisce il prestigio?) che non rispettano le norme grammaticali per puro snobismo non possono essere definiti linguisti nel senso letterale del termine, e sono colpevoli di lesa lingua quanto, se non di più, i giornalisti che non applicano le regole perché non le conoscono.
Il giornalista-linguista si preoccupa, nello scrivere, di non incorrere in inesattezze che potrebbero turbare l'equilibrio linguistico-grammaticale dei lettori, soprattutto dei lettori-studenti, mettendo così in discussione quanto alcuni docenti (quelli con la D maiuscola, se ce ne sono ancora, visto lo sfacelo linguistico in cui versano la scuola e l'università) si sforzano d'insegnare ai loro discenti, a dispetto dei giornalisti che fanno la lingua.
Far la melina
Gli appassionati del gioco del calcio conoscono benissimo questa locuzione riferita a una tattica adoperata per guadagnare tempo: tenere il pallone il più a lungo possibile, senza giocarlo veramente al fine di mantenere invariato il risultato già conseguito.
In senso figurato, per tanto, coloro che fanno melina tentano, in tutti i modi, di guadagnare tempo mandando le cose alla lunga sperando, poi, che si evolvano a loro favore.
L'espressione deriva — sembra — da un particolare gioco di prestigio consistente nel far rimbalzare una pallina (detta melina, diminutivo di mela nel senso di palla) e improvvisamente nasconderla. Colui che attua il gioco fa, quindi, melina, vale a dire nasconde la pallina e guadagna tempo nei confronti degli astanti al fine di farla, poi, riapparire a suo piacimento.

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