Piazzare e rimpiazzare (rimpiazzarsi)

Ecco due verbi che — anche se attestati dai vocabolari — a nostro modo di vedere — sono da evitare in buona lingua italiana essendo dei francesismi. Entrambi derivano, infatti, dal francese place (piazza, posto, luogo, spazio).

Il primo si può benissimo... rimpiazzare, secondo i casi, con disporre, collocare, mettere, fissare, sistemare, vendere, giungere, arrivare e simili: quel commerciante disonesto mi ha piazzato (venduto) una lavatrice usata; quel maratoneta si è piazzato (è arrivato) quarto. Nel gergo ippico, però, cavallo piazzato è ormai consolidato e quindi... insostituibile.

Il secondo, sempre secondo i casi, si può — in buona lingua — sostituire con…  sostituire, succedere, subentrare, supplire, dare il cambio, scambiare e simili: Giulio è stato chiamato a rimpiazzare (sostituire) il capufficio, che è in ferie.

13-07-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Se non vado errato...

Un cortese lettore ci invita a condannare, da questo portale, le espressioni — piuttosto ricorrenti — oltre e non oltre e se non vado errato.

Per quanto attiene alla prima locuzione lo abbiamo già fatto — qualche tempo fa, se non ricordiamo male — in un intervento intitolato La tautologia. Con questo termine, che deriva dal greco e significa ripetizione del già detto, non si intende un pleonasmo (parola superflua) ma una ripetizione, appunto e molto spesso è un vero e proprio errore di grammatica.

È una tautologia, per esempio, il classico requisiti richiesti. Requisito (res quaesita, cosa richiesta) significa già richiesto, come entro significa già non oltre. Gli annunci della Rai sono pieni di tautologie: ... la domanda va presentata ‘entro e non oltreil  cinque aprile...

Riguardo alla locuzione se non vado errato — che secondo il nostro interlocutore  è sballata e va sostituita con se non erro, se non cado in errore e simili — si tratta di una locuzione avverbiale perfettamente in regola con le leggi grammaticali — quindi non condannabile — e adoperata da fior di scrittori. Uno di questi è Giacomo Leopardi, come possiamo leggere in un intervento di Giovanni Nencioni sulla "Crusca": Accademia della crusca

12-07-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Cercar farfalle sotto l'arco di Tito

Questo modo di dire, con molta probabilità poco conosciuto, serve a mettere in evidenza il comportamento o l’atteggiamento di una persona non adatto alla solennità del momento e al luogo in cui si trova.

L’origine dell’espressione si fa risalire a un’immagine poetica di Giosuè Carducci il quale, in una delle sue bellissime Odi barbare, si rivolge alla maestosità di Roma e ammonisce il visitatore che vi si reca ad andarci con spirito reverente, teso alle antiche memorie della Città Eterna, pronto ad ammirare con commozione gli archi, i templi, le terme e tutto ciò che concerne la ‘romanità’; in caso contrario sarebbe da persona sciocca e irriverente andare a caccia di farfalle sotto l’arco di Tito. Il visitatore sarebbe solo un... barbaro.

11-07-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink