Andare a manetta
Come tutti i padri moderni, il ragionier Berretti non perse tempo e appena il suo rampollo compì il diciottesimo anno d’età gli regalò una fiammante auto sportiva con tanto di... manette, raccomandandogli di essere molto prudente durante la guida. «Vedi figliolo — esordì il padre — moltissimi miei colleghi hanno abituato i loro ragazzi ad andare in auto in manette, così, sostengono, i loro figli non possono sbizzarrirsi molto nella guida ed essi si sentono molto più tranquilli. Usale anche tu, Fabrizio, farai contenta tua madre».
Il giovanotto non riuscì a celare una certa meraviglia: non riusciva a capire come potessero guidare — i suoi coetanei — l’automobile ammanettati. Non voleva, però, contraddire il genitore che era sicuro di avere risolto il problema della velocità, croce di tante famiglie, con le manette, appunto. Poi ebbe una felice intuizione e, rivolto al padre, disse: «Papà, non vorrei che avessi capito male, probabilmente i tuoi colleghi ti hanno detto che i loro figli — sciagurati — vanno sempre ‘a manetta’, cioè, come si dice in gergo, ‘a tavoletta’, ossia ad altissima velocità».
Fabrizio non conosceva quest’espressione — andare a manetta — ma aveva intuito, appunto, il significato: correre, andare sempre di fretta e, per estensione, fare qualcosa con grande foga, oltre, naturalmente andare a manetta.
La manetta, infatti, è quella del gas che un tempo — in alcuni veicoli — comandava l’afflusso del carburante: più si apriva la manetta, più affluiva il carburante, incidendo, naturalmente, sulla velocità del mezzo di trasporto.
Sofferire
Sì, cortese amico Ludovico di Bari, il verbo sofferire esiste anche se non tutti i vocabolari lo attestano.
È una variante antica di soffrire, dal basso latino sufferire.
Si coniuga regolarmente o con l’infisso -isc-: io soffero o sofferisco.
Lo si trova negli scrittori antichi, tra cui Dante e Boccaccio.
Crack? Dipende...
Stia tranquillo, cortese lettore Camillo di Rieti, la sola grafia corretta per indicare un fallimento finanziario, il crollo di un titolo in Borsa è crac non, come sosteneva il docente di suo figlio, crack. Alcuni, e tra questi — probabilmente — l’insegnante del suo figliolo, ritengono che il termine atto a indicare un fallimento, una grave perdita finanziaria e simili sia crack in quanto derivato dal verbo inglese to crack che significa rompere, schiantare, crollare.
La voce sarebbe, a loro avviso, la riproduzione onomatopeica del suono che fa un oggetto quando si rompe, si spezza; sarebbe, insomma, il classico crac. Ed eccoci , per l’appunto, al nocciolo della questione: crac, termine italianissimo e registrato in tutti i vocabolari con la V maiuscola.
Il bello sta nel fatto che neanche gl’inglesi dicono crack bensì Krach, dalla voce tedesca coniata in seguito al crollo bancario avvenuto a Vienna il 9 maggio 1873. Lasciamo, dunque, l’inglese crack, se proprio vogliamo essere anglofili a tutti i costi, solo per indicare nel gergo ippico un cavallo fuori classe, un campione, un equino famosissimo.
To crack, infatti, è un verbo dai moltissimi significati, tra cui anche quello di vantarsi; il crack, per tanto, è un cavallo vanto di una scuderia, il fiore all’occhiello di un maneggio, vale a dire un campione. Però, anche in questo caso, potremmo sostituire la voce barbara crack con il nostro italianissimo campione: quel cavallo è un vero campione.
Per quanto attiene al crollo finanziario, si rassicuri ancora, cortese amico, suo figlio non ha sbagliato, nella nostra lingua c’è solo il crac. Non vorremmo, un giorno, vedere un bel crack (un cavallo famoso, un campione) presentarsi in Borsa per farsi quotare a un prezzo degno del suo valore.
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