Abbertescare
Lo strano verbo abbertescare — come lei lo definisce — gentile amico che non desidera essere menzionato, è stato da tempo relegato nella soffitta della lingua e indicava, alla lettera, armare di bertesca, una sorta di riparo da guerra.
La bertesca, nella antica architettura militare, era un’opera difensiva di completamento delle fortificazioni, costruita in legno o in muratura fra le merlature al fine di combattere dall’alto gli assalitori restando al coperto.
In senso assoluto e metaforico abbertescare significa, anzi significava, difendersi, stare sulla difesa. Il verbo, non più in uso — come si diceva — è un denominale provenendo da un sostantivo, bertesca, appunto.
Per l’etimologia di bertesca la rimando al dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani (Etimo.it - bertesca).
Dar del fieno alle oche
Questo modo di dire ha lo stesso significato dell’altro, forse più conosciuto, portar vasi a Samo, vale a dire fare una cosa inutile, perdere solamente del tempo che potrebbe essere impiegato in attività redditizie. L’isola greca di Samo, nell’Egeo, nell’antichità era famosissima per i suoi vasi di ceramica verniciati di un rosso lucido, i vasa samia, lavorati magistralmente dagli artigiani che li esportavano in tutto il mondo allora conosciuto. Chi portava vasi a Samo faceva, quindi, una cosa perfettamente inutile.
Come coloro che danno del fieno alle oche le quali non mangiano erbe secche: si fa presto a darglielo, ma si butta via il tempo, tanto è vero che l’espressione ha assunto anche il significato di gingillarsi, trastullarsi. Giovanni Ghelardini, nel supplemento al suo vocabolario, alla voce in oggetto (vale a dire al motto dar del fieno alle oche, ndr) spiega: «Fare cosa di nessuna difficoltà, cose da non richiedere né ingegno né coraggio, siccome è di fatto il dare il fieno alle oche: e cita il solo esempio dell’Aretino in ‘Rime Burlesche’ (3.33) — ‘ch’altro è saper dare all’oche il fieno’. E altro è tracannar l’acqua del legno; e altro è lo scarcare un corpo pieno’».
Con significato affine le espressioni, più moderne, portare acqua in mare; portare coccodrilli in Egitto; portar frasconi a Vallombrosa (particolarmente in uso in Toscana, essendo un luogo ricco di boschi); portar pietre alla muriccia (la muriccia è un monte di pietre, un muro a secco che si trova, spesso, in mezzo a un campo).
Dire e fare: quale coniugazione?
La risposta, a nostro modesto avviso, sarebbe stata più semplice (e, forse, più comprensibile) se l’esperto avesse detto che i verbi in questione appartengono entrambi alla II coniugazione in quanto sono le forme sincopate dei rispettivi verbi italiani antichi “fa(ce)re” e “di(ce)re”: FARE e DIRE. La “sincope”, in linguistica, è la caduta di una o più lettere nel corpo di una parola. In tutti e due i verbi in questione è caduta la sillaba centrale “-ce-”. Una cosa ci lascia perplessi, e non capiamo, nella risposta del linguista: perché ‘dire’ apparterrebbe alla IV coniugazione latina? In proposito riportiamo anche il “pensiero” della Crusca:
Coniugazione di appartenenza dei verbi /dire/ e /fare/
Il problema, che diventa rilevante solo nel caso ci si trovi a compiere l’analisi grammaticale del verbo, si articola in due punti distinti: infatti, la coniugazione di appartenenza dei due verbi in questione varia a) in base alla struttura che si dà al sistema verbale italiano e b) a seconda che si facciano o no risalire i due verbi alla loro forma antica italiana dicere e facere.
a) La struttura del sistema verbale italiano.
Tutti concordano sul fatto che la sua origine sia da ricercare nel latino. Come scrive Alfonso Leone: «In latino si distinguevano quattro coniugazioni, con l’infinito rispettivamente in -are (amare), -ere (timere), -ere (legere), -ire (audire). Esse sono continuate in italiano (amàre, temére, lèggere, udìre), talvolta con passaggio da una coniugazione all’altra (mordere > mòrdere, ridere > rìdere, cadere > cadére, tremere > tremare, fugere> fuggire, complere > cómpiere o compìre)».
Leone poi continua: «Coniugandosi poi verbi come temére e lèggere allo stesso modo, si è fatta di essi una coniugazione sola (la seconda); le coniugazioni quindi, in italiano, si sono ridotte a tre: in -are: 1a / in -ere: 2a / in -ire: 3a». Non tutti i grammatici sono concordi su questa tripartizione.
Alcuni autori, infatti, ritengono che l’italiano abbia continuato puntualmente la struttura quadripartita del sistema verbale propria del latino, mantenendo la distinzione tra i verbi in -ere e in -ere, che in italiano diventa distinzione tra quelli in in -ére con e tonica (valére, sapére, rimanére) e quelli in -ere (córrere, lèggere) sdruccioli. A seconda che si consideri o no tripartito il sistema verbale italiano, cambia la coniugazione a cui si fanno appartenere dire e fare.
b) Far risalire i verbi dire e fare
alle forme antiche italiane dicere e facere, di diretta discendenza latina (dicere e facere). Tali forme sono citate nel GDLI, Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia; se ne trovano occorrenze, per esempio, in Iacopone da Todi (Laude 25: «Lo vostro detto, frate, sì nne place / però che vostro dicere è verace») e Guittone d’Arezzo (Rime, Sonetto 110: «Sempre poria l’om dir en esta parte / trovando assai che dicere di bono, / en tante guise departite e sparte / le parte d’essa e le condizion sono […]») per dicere, e in una raccolta di documenti bolognesi datati tra il 1287 e il 1330 («[…] cum ço sia cosa che cotal cose facere / siano cose […] de male esenplo […]») per facere, meno usato anche anticamente.
Considerati questi due aspetti, le tre principali posizioni in merito alla coniugazione di appartenenza dei verbi dire e fare sono le seguenti (si citano, in ognuno dei tre casi, alcune grammatiche che adottano tale classificazione):
1) Si considera tripartito il sistema verbale italiano (-are, -ere, -ire), secondo le linee accennate da Leone. Partendo da questa tripartizione, si pone fare tra i verbi irregolari della prima coniugazione (-are) e dire tra i verbi irregolari della terza coniugazione (-ire). Questa spiegazione viene data dalle grammatiche di Luca Serianni, di Dardano e Trifone e in generale da molte delle grammatiche più recenti.
Le altre due posizioni sono spesso sostenute dalle cosiddette grammatiche scolastiche, normalmente usate nelle scuole dell’obbligo.
2) Il sistema verbale italiano è ancora considerato tripartito, ma questa volta i verbi dire e fare sono classificati come verbi anomali della seconda coniugazione (-ere). Tale classificazione nasce dal considerare preponderanti le già citate forme italiane antiche, di diretta origine latina, dìcere e fácere. Questa posizione è sostenuta, per esempio, dalla /Nuova Grammatica Italiana/ di Moretti e Consonni.
3) Si mantiene per l’italiano la stessa classificazione quadripartita del latino, distinguendo tra verbi della seconda coniugazione in –/ére/ (/valére/, /sapére/, /rimanére/) e verbi della terza coniugazione in /‘-ere/ (/córrere/, /lèggere/). In conseguenza al mantenimento di tale quadripartizione, i verbi /dire /e /fare/ vengono posti tra i verbi irregolari della terza coniugazione (quella in /–‘ere/), vista la loro derivazione da /dicere/ e /facere/ (e la già nota presenza, in italiano antico, dei verbi /dicere/ e /facere/). A questo filone appartiene, tra le altre, la Grammatica italiana di Calboli e Moroni.
Le tre tesi sono ugualmente sostenibili; l’importante, in ognuno dei casi, è ricordare che i verbi dire e fare derivano inconfutabilmente dal latino dicere e facere (attraverso l’italiano antico dicere e facere) e che, se come forme dell’infinito possono venire classificati rispettivamente come verbo della prima e della terza coniugazione, per la maggior parte delle altre forme appartengono alla seconda (o terza, in base alla classificazione latina) coniugazione: quella, per intendersi, dei più regolari leggere e chiudere.
Del resto, /dire/ e /fare/ non sono gli unici verbi dell’italiano dall’infinito anomalo: tutti quelli in –/rre/, come /addurre/, /condurre/, /porre/, vanno necessariamente fatti risalire agli originari /adducere/, /conducere/ e /ponere/ e come tali posti nella seconda (o terza) coniugazione. Conoscere l’iter storico di tutti questi verbi, quindi, è necessario qualsiasi sia la tesi che si decida di abbracciare.
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