Avallare e avvallare

Ecco altri due verbi che non sono affatto sinonimi l’uno dell’altro, come alcuni, erroneamente, credono; hanno, infatti, un’origine etimologica diversa. Il primo (con una v) sta per garantire, suffragare e simili: la sua è un’opinione avallata dall’esperienza; il secondo, con due v, significa produrre avvallamenti.

In proposito diamo la parola al Treccani in linea:
«avallare
v. tr. [der. di /*avallo*/].
1. Garantire con avallo: /a/. /una cambiale/.
2. fig. Confermare, rendere credibile, dare credito: /a/. /una promessa/ (di altri); /avallò le parole dell’amico con la sua autorità/.
? Part. pres. avallante, anche come sost., chi avalla, chi garantisce un obbligato cambiario (/avallato/), divenendo a sua volta obbligato nello stesso grado del soggetto a favore del quale presta la garanzia.»

«avvallare
v. tr. [der. di /*valle*/].
1. Propr., far scendere a valle, e per estens. mandare in giù, affondare. Quindi, nell’uso ant. o letter., abbassare, chinare: /i baroni avvallarono i cappucci/ (M. Villani); /E l’uno il capo sopra l’altro avvalla/ (Dante); o volgere verso terra: /Gli occhi belli avvallando/ (Carducci); fig., umiliare, avvilire: /sollevi e avvalli con le tue mani/ (Boccaccio, con riferimento alla Fortuna).
2. intr. pron. a. Affondarsi, abbassarsi, detto del terreno per qualche cedimento del sottosuolo (meno com. di pavimenti e d’altre superfici); letter., con questo senso, l’uso senza la particella pron.: /il terreno avvallò per largo tratto/. b. ant. Scendere a valle, al piano: /Vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla/ (Dante); anche di persone. c. fig., ant. Abbassarsi moralmente, avvilirsi: /noi dietro all’appetito avvallandoci sozze fiere diveniamo/ (Bembo).
? Part. pass. avvallato, anche come agg., di terreno che presenti avvallamento, depresso; con altra accezione, situato, incassato in fondo a una valle: /un paesino avvallato/».

14-12-2013 — Autore: Fausto Raso — permalink


Partecipare...

Due parole due sull’uso distorto di un verbo. Lo spunto ci viene offerto da un necrologio apparso su un quotidiano locale: «Caio Sempronio e Tizio Brambilla partecipano alla scomparsa del loro fraterno amico Pinco Pallino». Bene. Anzi male, malissimo.
Partecipare significa alla lettera, prendere parte e, per estensione, rendere noto, comunicare, annunziare. Colui che partecipa, cioè prende parte alla scomparsa di una persona è complice della sua morte ed è, per tanto, passibile — se il caso — di denuncia all’autorità giudiziaria.
Si partecipa, dunque, al dolore per la scomparsa, non alla scomparsa. Si presti molta attenzione sull’uso di questo verbo perché il trabocchetto è sempre in agguato.
Probabilmente l’equivoco è nato dal fatto che il verbo in questione si adopera anche, e forse soprattutto, nelle partecipazioni di nozze: «Giovanni e Maria partecipano il loro matrimonio». In questo caso, però, con l’accezione di comunicare, rendere noto, annunziare.
Si partecipa al dolore, cioè si prende parte al dolore e si partecipano (cioè si rendono note) le nozze. Il verbo, quindi, cambia di significato e di forma a seconda dei casi.
Da ricordare, anche, che partecipare è bene adoperato — molti, forse, non lo sanno — nell’accezione di dar parte, dispensare: Dio partecipa le sue grazie a tutti gli uomini.
Per concludere, se volete adoperare la lingua in modo corretto diffidate di quei vocabolari che non fanno un doveroso distinguo tra le varie accezioni del verbo in oggetto.
Dizionari Repubblica.it - partecipare

06-12-2013 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il pronome clitico

In linguistica, un clitico è un elemento che ha nel contempo alcune proprietà di una parola indipendente e altre tipiche di un affisso. Molti clitici possono essere spiegati come elementi suboordinati a un processo storico di grammaticalizzazione: lessema + clitico + affisso
Secondo questo modello, un lessema autonomo in un particolare contesto perde le proprietà di una parola indipendente nel corso del tempo e acquista le proprietà morfologiche di un affisso.
In uno stadio intermedio di questo processo di evoluzione, l'elemento in questione può essere descritto come un clitico. Come risultato di ciò, questa particella arriva ad essere applicata a una classe di elementi molto eterogenea, presentando combinazioni diverse di proprietà tipiche di una parola e proprietà tipiche di un affisso.
Una caratteristica comune a molti clitici è l'assenza di un'indipendenza prosodica, per cui il clitico si aggancia a una parola adiacente, che viene definita parola ospite.
Le convenzioni ortografiche formano i clitici in modi diversi: alcuni sono scritti come parole differenti, altri sono scritti come un'unica parola assieme alla parola ospite, altri sono attaccati alla parole ospite tramite un segno di interpunzione come una lineetta o un apostrofo.

Forse è più chiaro il Sabatini Coletti:
«clitico
[clì-ti-co] s.m. (/pl./ /-ci/)
• ling. Pronome o avverbio atono, monosillabico (p.e. /ci/) o bisillabico (per unione di due monosillabi: /gliene/), che si appoggia a un'altra parola nella pronuncia; nella grafia, quando è anteposto (proclitico) resta staccato dalla forma verbale di appoggio (/ti amo/; /se lo ricorderà/), quando è posposto (enclitico) si unisce invece al verbo (/chiamale/) o a /ecco /(/eccovi/)
/Anche in funzione di agg./ (/pl.f./ /-che/): /i pronomi c./
• a. 1974
• In it., i c. sono /mi, ti, gli, lo, la, li, le/ (pron pers. di 3ª sing. f. dativo e di 3ª pl. f. oggetto), /ci/ (pron. e avv.), /vi/ (pron. e avv.), /si/ e /ne/ (pron. e avv.); quelli che finiscono in /-i/ terminano in /-e/ quando segue un altro c.: p.e. /mi devi dire/me lo devi dire/; /parlagli/parlagliene/; non si modifica invece /li/: /li si sente poco/. Tra due c., quello che ha funzione di ogg. indir. precede l'ogg. dir.: p.e. /dammelo./»

Si veda anche questo collegamento: Treccani.it

30-11-2013 — Autore: Fausto Raso — permalink