Ma che bello schifo!

Il nostro idioma, gentil sonate e puro, per dirla con l’Alfieri, è ricco di parole omofone (stesso suono) e omografe (stessa grafia) ma di significato diverso. Una di queste è lo schifo: ripugnanza, ribrezzo e battello di piccole e modeste dimensioni.
Il primo significato, vale a dire quel senso di ripugnanza, nausea, disgusto, ci riporta al verbo schifare (schivare, evitare). E questo al francese antico eschif che risale al francone skiuhjan (aver riguardo). Colui che ha nausea di una determinata cosa ne ha riguardo, quindi la evita, la schiva.
La seconda accezione del termine, quella di battello, scialuppa, si rifà al longobardo Skif (battello). È interessante, in proposito, notare quanto scrive C.A. Mastrelli:

«Si farà ora accenno sorprendente dell’influsso dei Longobardi (sulla lingua italiana, NdR); sorprendente perché mostra l’incidenza che essi hanno avuto anche per un settore della lingua, e quindi per un aspetto storico-culturale , che poteva non apparire tipico del mondo germanico.
Infatti nei dialetti italiani si riscontra un piccolo manipolo di termini che hanno a che fare con le attività connesse all’acqua (...). Sotto questo profilo si chiariscono forse i prestiti skif, imbarcazione, scafo (...) che vedono i Longobardi, o le popolazioni longobardizzate, impegnati anche nella navigazione specialmente fluviale e lagunare, in un ambito geografico nel quale essi si trovavano ai margini della sfera di influenza bizantina».

09-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Con questi chiari di luna

Perché quando le cose vanno male, quelle economiche particolarmente, si dice «con questi chiari di luna»?, ci domanda una cortese lettrice di Chieti.

L’espressione, gentile amica – come lei ha anticipato – indica un momento critico, un periodo difficile soprattutto sotto il profilo economico ed è chiamata in causa, in senso figurato, perché la luce fioca (chiaro) della luna nasconde i particolari e non rende chiare le immagini.

In tempi remoti si diceva, infatti, «con questi lumi di luna», vale a dire con la luce della luna che non è molto forte e rende, quindi, le immagini sfocate, la visibilità non chiara.

I chiari di luna, per tanto, in senso metaforico non fanno vedere chiaro il domani, lo rendono incerto, soprattutto sotto l’aspetto economico.

08-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Succube? Sì, se si tratta di due o più donne

Sappiamo benissimo che alcuni vocabolari ammettono la bontà del termine succube tanto per il maschile quanto per il femminile; classificano, cioè, l’aggettivo tra quelli che appartengono alla seconda classe la cui terminazione in e è valida sia per il maschile sia per il femminile.
Per alcuni dizionari, insomma, succube sarebbe come gli aggettivi ambivalenti facile, difficile, forte, deteriore, ecc. Hanno anche l’accortezza, però, di informare il lettore che la forma succubo è da preferire.
Il Dop, dizionario di ortografia e di pronunzia della Eri, avverte che succube è meno bene di succubo, il che significa che è meno corretto e in lingua una parola o è corretta o non lo è: non può essere corretta a metà.
La stampa, a nostro modesto avviso, essendo una dispensatrice di cultura dovrebbe adoperare solo termini corretti per intero, non a metà. Una mezza verità corrisponde a una bugia e una parola meno corretta corrisponde a uno strafalcione.
Scriviamo e diciamo, dunque, succubo per il maschile singolare, succuba per il femminile singolare, succubi e succube rispettivamente per il maschile e per il femminile plurale. Succube, insomma, anche se è la forma più comunemente adoperata – con l’imprimatur di alcuni vocabolari - è da ritenere errata; la sola forma corretta è succubo, e vediamo perché.
In latino esiste il verbo succubare (letteralmente: giacere sotto) dal quale è derivato il sostantivo femminile succuba che era uno spirito maligno dalle sembianze di donna, appunto. Questo spirito aveva il compito di disturbare il sonno delle persone. Con il trascorrere del tempo da questo femminile succuba è stato generato il maschile succubo, nel significato di uomo assoggettato al dominio di una donna e, per estensione, uomo di carattere debole, insicuro, che si sottomette alla volontà degli altri.
Succube, quindi, non ha motivo di esistere e ci meravigliamo del fatto che alcuni dizionari registrino questa voce, come lo Zingarelli, che recita testualmente:

succube, variante di succubo, modellata sulla grafia del francese succube.
Sostantivo maschile e femminile.
1) Nella demonologia cristiana, demonio che, assumendo aspetto fittizio femminile, si unisce sessualmente a uno stregone o a un invasato.
2) Est. Chi soggiace completamente al volere di un altro: è succube del marito. Succubo, forma maschile tratta dal latino succuba(m), concubina, composto di sub, sotto e di un corradicale di cubare, giacere, s.m. (f.-a)”.

Il vocabolario Sandron, invece, è più onesto linguisticamente, non parla di una forma variata:
succubo (meno bene succube, che però è forma di più largo uso) s.m.
1) propriamente, demone che anticamente si riteneva assumesse gli aspetti di una donna, e che, durante la notte, avesse rapporti carnali con gli uomini.
2) (f.-a), est. persona che per mancanza di una ferma volontà si sottopone, soggiace alla volontà altrui. Usato anche con valore di aggettivo: è una donna debole, succuba del marito e dei figli.

Voi, gentili amici – se siete amanti del bel parlare e del bello scrivere – è proprio il caso di dirlo, non siate... succubi dei vocabolari o della stampa: adoperate sempre le forme corrette, cioè succubo, succuba, succubi e succube.
06-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink