Obbligare e operare

Ciò che stiamo per scrivere non ha l’avallo di alcuni vocabolari, ma a nostro modo di vedere molto spesso si dà ai verbi operare e obbligare un significato che propriamente non hanno.

Cominciamo con il verbo operare che propriamente, appunto, significa compiere un’operazione. Oggi è invalso l’uso di adoperarlo con l’accezione di fare, procurare, produrre e simili: quell’incidente ha operato in lui un profondo cambiamento. Si dirà molto meglio: ha prodotto in lui un profondo cambiamento.

Ancora peggio — sempre a nostro modo di vedere  — il riflessivo operarsi per: prodursi, avvenire, accadere, farsi, manifestarsi. A questo proposito ci sembra addirittura ridicola l’espressione tipo «due anni or sono mi sono operato alla gamba destra». In buona lingua italiana diremo: sono stato operato o mi sono fatto operare.

E veniamo a obbligare che non significa essere grato, riconoscente o ringraziare. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere, quindi, eviterà frasi tipo le sono obbligato per ciò che ha fatto, dirà, correttamente: le sono grato, riconoscente, per ciò che ha fatto.

09-08-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il qualunquista

Chi non ha mai pronunciato la parola qualunquista, che secondo quanto recitano i vocabolari si dice — per lo più in senso spregiativo — di chi assume atteggiamenti qualunquistici? Ma chi è nei dettagli questo qualunquista?
A lume di naso è una persona alla quale va bene una cosa qualunque o un uomo qualunque: una cosa vale l’altra; un uomo vale l’altro. Il qualunquista, apparentemente, non professa alcuna ideologia in quanto sotto il profilo politico si rifà a un atteggiamento di agnosticismo politico: un’ideologia vale l’altra. Ma, ripetiamo, solo apparentemente perché nei dettagli le cose non stanno affatto così.
Lodovico Griffa ci spiega magistralmente l’etimo “linguistico-politico” del qualunquista. Questo vocabolo è formato sulla radice di una parola italiana antichissima, derivata dal latino medievale: l’aggettivo qualunque, che indica il massimo grado dell’indefinitezza. Se io dico accomodatevi in un posto qualunque, sottolineo proprio il fatto che non mi interessa per nulla il posto che prendete, purché lo prendiate. Un  uomo qualunque è un individuo preso a caso tra la moltitudine, talmente privo di connotati specifici, che se non viene tirato fuori materialmente non si distingue dagli altri.
Queste sono cose che sapete, però le espressioni uomo qualunque e il neologismo qualunquismo del linguaggio politico hanno bisogno di una spiegazione da ricercare nella storia di cinquanta e passa anni fa.
Appena finita la seconda guerra mondiale, sullo slancio e sulle ali dell’entusiasmo per l’avvenuta liberazione ci fu in Italia un periodo di grande fervore per ricostruire il Paese e riparare ai danni, materiali e morali, della dittatura e della guerra. Pareva finalmente che fosse giunto il tempo in cui gli interessi individuali e privati sarebbero stati subordinati a quelli della collettività per preparare un avvenire migliore per tutti. I giornali dei partiti e delle organizzazioni che avevano concorso alla Resistenza erano concordi su questa linea.
Proprio allora, però, fu fondato un giornale di impostazione ideologica del tutto diversa, che durò per qualche anno. In esso si sosteneva che lo Stato e la società non devono per nulla entrare nei settori privati, specie in quello economico, purché si stia — è ovvio — nella legge generale: è buon cittadino chi s’impiccia dei fatti suoi e non si occupa di politica (...); che ciascuno deve farsi strada nella vita con le sue sole forze ed esclusivamente per i suoi meriti.
Era, insomma, un movimento di opinione contrario alla tesi della funzione sociale dello Stato e delle sue istituzioni. Questo giornale era intitolato L’Uomo qualunque, con evidente allusione al privato cittadino che, non militando in partiti o in organizzazioni politiche, non è alla ribalta della vita pubblica e  non si distingue dagli altri. Ci fu allora chi si fece vanto di essere qualunquista, cioè individualista, che bada ai fatti privati e non alle questioni comuni.
Il qualunquismo, come movimento politico organizzato, è morto e sepolto, ma il suo spirito rimane purtroppo in molti individui, che si fanno vanto di ignorare la politica (il che non è vero, perché anche il qualunquismo è una posizione politica...) e di non attendere dalla società e dalle istituzioni alcuna soluzione dei problemi sociali. Questi, dicono, si risolvono poco per volta, da soli, senza bisogno di intervento del potere pubblico.
Qualunquista sarà dunque, in termini semplificati al massimo, chi bada ai fatti suoi, dimenticando di vivere in un organismo che ha il dovere di provvedere alla promozione umana e civile di tutti suoi componenti.

08-08-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il sesso dei vocaboli

I vocaboli, ossia le parole che pronunciamo quando esprimiamo un nostro pensiero hanno un sesso? Sembra proprio di sì, e ce lo confermano gli articoli che anteponiamo loro: il, lo, la, gli, i, le, uno, una. Oggi, però, la distinzione tra i sessi, vale a dire tra i nomi maschili e femminili, è sentita solamente se questa (la distinzione) risponde a una realtà puramente fisiologica: cane e alunno li sentiamo maschili; cagna e alunna, naturalmente, femminili.
Se però diciamo, per esempio, arancio e arancia; pesco e pesca non pensiamo minimamente al sesso di detti vocaboli anche se li classifichiamo, naturalmente, in maschili e femminili. Come è nata, allora, la distinzione di sesso tra i vocaboli?
Quando la parola è nata, il genere, vale a dire il sesso, corrispondeva, con molta probabilità, alla distinzione di sesso biologico degli esseri rappresentati dalla parola stessa; per questa ragione nelle lingue antiche — quelle classiche particolarmente — esistevano tre generi: il maschile per le persone e gli animali di sesso maschile, appunto; il femminile per l’altra categoria (sempre delle persone e degli animali) e il neutro, riservato al sesso delle cose  (neutro viene dal latino neuter, né l’uno né l’altro: le cose, infatti, non hanno sesso).
Con il trascorrere del tempo, il genere neutro per il suo carattere... neutrale, vale a dire indefinito, scomparve nella quasi totalità degli idiomi moderni e i vocaboli acquisirono — senza alcuna regola predefinita — le determinazioni, cioè le desinenze maschili o femminili assumendo, in tal modo, un genere grammaticale che non avevano mai avuto e che sotto il profilo, diciamo, fisiologico tuttora non hanno. Il sesso grammaticale, dunque, è una convenzione che non ha nulla che vedere con il sesso fisiologico ad eccezione, ovviamente, degli esseri animati.
Che la distinzione tra i sessi grammaticali sia del tutto irrazionale lo dimostra l’analisi di alcune parole che cambiano di genere nelle varie lingue. Il dente, per esempio, è maschile in italiano e femminile in francese; il mare è maschile in italiano e femminile in francese, neutro in latino e tedesco. Questo in linea generale.
Se prendiamo in esame altri vocaboli, come recluta, guardia, sentinella e soprano — tanto per fare alcuni esempi — notiamo, infatti, che i primi tre sono di sesso  femminile pur riferendosi a un uomo (oggi le cose sono cambiate con l’accesso delle donne nelle forze armate); mentre il soprano, maschile, si riferisce a una donna. Il sesso dei vocaboli, dunque, è una convenzione introdotta dai linguisti e trova le sue radici nella storia della parola stessa.

05-08-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink