Inchiestare e incidentare
Ecco due verbi, cortesi amici amatori della lingua, da buttare nella spazzatura, anche se adoperati dalla stampa e dai così detti opinionisti (della lingua): inchiestare e incidentare. Fortunatamente non tutti i vocabolari registrano simili mostruosità.
Il primo verbo è ricalcato sul francese enquêter, ma in italiano abbiamo altri verbi che fanno alla bisogna: investigare, indagare, esaminare secondo i casi. Perché ricorrere a quell’inutile e orribile francesismo?
Quanto a incidentare, che dire? Non vanno bene danneggiare, rovinare, schiacciare, travolgere sempre secondo i casi? Dobbiamo per forza leggere sulla stampa che l’automobile incidentata è stata posta sotto sequestro?
Il saggio...
Come si concilia il significato di prova con quello più comune di sapiente, prudente? Per scoprirlo è necessario — come sempre in questi casi — esaminare il vocabolo in... esame sotto il profilo etimologico.
L’accezione più conosciuta e adoperata dell’aggettivo saggio, vale a dire persona che agisce pensa, quindi dotta, è un prestito dal francese sage derivato, a sua volta, dal latino parlato sapiu(m), connesso con sapere, aver senno, propriamente aver sapore. Sapido, a questo proposito, non vi dice nulla? Quante volte, nel parlar comune, diciamo, per esempio, che quella persona adopera un conversare sapido, vale a dire arguto?
Saggio inteso, invece, come sostantivo maschile nel significato di prova, esperimento, di cosa che mira a saggiare le qualità o il valore e simili è il latino tardo exagiu(m), peso, bilancia, tratto dal verbo exigere, pesare, esaminare; in senso figurato, quindi, il saggio è un esperimento, una valutazione. Di qui anche l’accezione di campione: saggio gratuito per i medici. Ma non è ancora finito.
Con il trascorrere del tempo, la voce saggio ha acquisito ancora un altro significato: ricerca, indagine scritta relativa a un particolare problema, evento, personaggio. Da quest’ultima accezione sono stati coniati i derivati saggista, colui che scrive saggi e saggistica, arte e tecnica dello scrivere saggi oltre a saggistico, genere letterario dei saggi. È interessante notare, a proposito dell’ultima — in ordine di tempo — accezione di saggio, quanto dice il Deli.
“Migliorini (‘Profili’) avverte: «alla sorgente del nuovo significato di saggio, nel senso di ‘breve trattazione di un argomento storico, letterario, morale’ stanno gli Essai di Montaigne, o almeno il modo in cui quel titolo fu inteso in Inghilterra, e la larga serie di opere che in quel paese ne ripeterono il titolo (...). Quale fosse il preciso significato che Montaigne intendeva dare al titolo della sua opera, è molto controverso tra i francesisti, i quali si sono volta per volta appoggiati per interpretarlo su passi vari di Montaigne, contenenti la parola essai (o essay, nella grafia del tempo) in vario significato.
Il vocabolo è adoperato qualche volta per indicare esperimento, qualche altra esperienza, altra ancora assaggio (d’un cibo o bevanda), altrove, infine, tentativo, esercizio, lavoro di scolaro o apprendista. Vi sono pochi passi in cui l’autore sembra alludere al titolo della sua opera, ma mentre qualcuno implica chiaramente l’idea di tentativo, esercizio di apprendimento (...) altri richiamano l’idea di assaggio (...). Che questi due significati potessero presentarsi insieme davanti alla mente dell’autore quando fissò il titolo del suo libro non è improbabile (...).
Ma il significato del titolo fu poi coscientemente o incoscientemente frainteso dando origine all’essay inglese, che indica lo scritto stesso, e non più soltanto gli esperimenti (...). L’essay prese una fisionomia così spiccata da presentarsi sul continente come un genere tipicamente inglese: il nome stesso penetrò in tedesco sotto la forma inglese, e ancora vi si mantiene, mentre in italiano la precedente tradizione del vocabolo permise di continuare a usare la parola vecchia con il significato nuovo (tipico caso di neologismo, ndr). (Si ricordi un altro caso abbastanza simile, bene illustrato da Sergio Baldi, la parola ‘ballata’ romantica, la quale originariamente designava un genere della nostra lirica antica, e al principio dell’Ottocento fu assunta per indicare la ‘ballata’ romantica che era tutt’altra cosa)».
Da parte nostra ci auguriamo che questo breve saggio vi invogli ad amare la scienza etimologica. Perché l’etimologia è e resta una scienza, con buona pace dei detrattori.
Per cui o perciò?
Abbiamo avuto modo di constatare (e constatiamo tuttora) che moltissime persone, tra le quali dobbiamo annoverare — nostro malgrado — le così dette grandi firme della carta stampata e no, adoperano in modo orribilmente errato la locuzione per cui con l’accezione di perciò, per la qual cosa.
Il cui innanzi tutto — chiariamolo subito — è un pronome relativo indeclinabile ed è riferibile a persona, animale o cosa. Non è corretto usarlo come soggetto, si adopera esclusivamente come complemento indiretto: ecco il libro di cui ti parlavo; tu sei la persona per cui ho molto sofferto.
Quando è complemento di termine il cui può essere preceduto o no dalla preposizione semplice a, dipende dal gusto stilistico di chi scrive o parla: l’uomo cui mi rivolsi o a cui mi rivolsi.
Fatta questa importante e necessaria precisazione, veniamo all’errore di cui parlavamo all’inizio di queste noterelle. Lo strafalcione, dunque, consiste nel dare al pronome cui un significato neutro che molto spesso si dà al pronome che, vale a dire l’accezione di la qual cosa e formare, in tal modo, il costrutto — errato, ripetiamo — per cui nel senso di perciò, per la qual cosa.
Insomma, per essere estremamente chiari, amici amatori della lingua, non si può dire o scrivere: pioveva per cui non sono uscito. Si dirà, correttamente, pioveva perciò non sono uscito; oppure pioveva per la qual cosa non sono uscito. Pedanteria? Fate l’analisi logica del per cui e giudicate.
E a proposito di pedanteria (che brutta parola) se proprio la volessimo mettere in pratica dovremmo sostenere — a spada tratta — la tesi secondo la quale è errato scrivere i pronomi personali, glielo, per esempio, attaccati: la sola forma corretta sarebbe glie lo, in grafia staccata.
Secondo questa tesi (pedantesca) tutti coloro che scrivono glielo uccidono la lingua. È quanto sostiene l’insigne linguista Amerindo Camilli, di gran lunga più autorevole dell’estensore di queste modeste noterelle.
Secondo l’illustre glottologo «i pronomi ‘glielo’, ‘gliela’, ‘glieli’, ‘gliele’, ‘gliene’ debbono essere scritti staccati perché questa grafia si conforma a quella di a ‘me lo’, ‘te ne’ ecc.». La forma errata, insomma, è proprio quella comunemente adoperata, cioè quella unita: glielo. Anche in questo caso, amici, giudicate voi se ciò è indice di pedanteria.
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