I verbi in -ere

Perché l’infinito dei verbi della seconda coniugazione — quelli che finiscono in -ere, per intenderci — si presenta ora in forma piana, cioè con l’accento tonico sulla penultima sillaba (vedere, temere), ora in forma sdrucciola, vale a dire con l’accento tonico sulla terzultima (credere, leggere ecc.)?

Il motivo va ricercato risalendo all’origine della nostra lingua, cioè al... latino. Nell’idioma dei nostri padri latini esistevano due coniugazioni in -ere di cui una con l’infinito piano (vidère) l’altra con l’infinito sdrucciolo (lègere) che costituivano, nell’ordine, la seconda e la terza coniugazione.

Queste due coniugazioni latine che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme si sono unificate nella parlata durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni.

Da notare che a questa coniugazione in -ere appartengono i verbi fare e dire che alcune grammatiche classificano rispettivamente ed erroneamente nella prima e terza coniugazione. Fanno parte, invece — come abbiamo visto — della seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini fa(ce)re e di(ce)re. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o più lettere nel corpo della parola. La prova dell’appartenenza  alla seconda coniugazione si ha confrontando alcuni tempi e modi dei verbi fare e dire con altri della medesima coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).

30-08-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink


Fare il fava

Questo modo di dire è, probabilmente, sconosciuto ai più sebbene il significato sia intuitivo e messo in pratica da moltissime persone. Che cosa significa, infatti, l’espressione? È presto detto: montare in superbia; fare, insomma, il classico pallone gonfiato.

Allora, cortesi lettori, non abbiamo ragione nel sostenere che questa locuzione sconosciuta è, invece… conosciutissima? Si perdoni il gioco di parole.

Fate comunque, mente locale e vedrete quanti uomini-fava avete conosciuto nel corso della vostra vita. L’espressione è chiaramente una bellissima metafora: la fava è un legume, notissimo, che cocendosi si gonfia e, mangiato, gonfia lo... stomaco.

Non si poteva  trovare, per tanto, un’altra locuzione più azzeccata di questa per mettere in ridicolo le persone che si... gonfiano per la loro superbia.

23-08-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink


I verbi alterati

Come avviene per i sostantivi e gli aggettivi, anche il verbo, cioè la parola principe, può subire modificazioni più o meno profonde che giungono fino ad alterarne il significato. Anche il verbo, insomma, può subire quelle alterazioni (accrescitivi, diminutivi, vezzeggiativi) cui possono essere vittime i nomi e gli aggettivi.
Le desinenze, vale a dire le parti finali del verbo non consentono, però, l’utilizzo di quelle alterazioni (-ello, -accio, -one ecc.) proprie dei sostantivi e degli aggettivi. Ma la nostra lingua non si arrende e ricorre a suffissi e prefissi atti ad attenuare o a rafforzare l’azione espressa dal verbo. I verbi così alterati sono detti frequentativi o intensivi perché esprimono un’azione ripetuta o compiuta a gradi di un altro da cui derivano. Sono, per tanto, formazioni alterate, mediante prefissi o suffissi, di un verbo principale.
Sbattere, per esempio, è la forma frequentativa, cioè alterata, di battere e vale battere più volte. Tutti i verbi transitivi o intransitivi, inoltre, possono assumere significato frequentativo se, posti al modo gerundio presente, si fanno precedere e reggere da venire o andare: veniva cantando allegramente; andava dicendo le stesse cose.
I verbi frequentativi propriamente detti, però — come si accennava all’inizio di queste noterelle — sono quelli derivati da una forma primitiva con l’aggiunta di prefissi o suffissi che conferiscono al verbo stesso, appunto, valore frequentativo. Vediamo, ora, la meccanica di tali verbi.
Quelli più comuni sono rappresentati dalle preposizioni prefissali a e sotto; alcune di queste prefissali — sarà bene ricordarlo — richiedono il raddoppiamento della consonante iniziale del verbo che alterano: contraddire; sopraggiungere; intrattenere. Altre, invece, subiscono esse stesse qualche leggera trasformazione: coabitare (con-abitare); immettere (in-mettere).
Numerosissimi sono i prefissi di diretta provenienza latina che concorrono all’alterazione dei verbi, basti pensare, per esempio, ai prefissi ante; post; ex; trans. Detti  prefissi chiariscono, il più delle volte, il significato del verbo che alterano dando l’idea, per esempio, della precedenza (anteporre, porre innanzi), della antitesi (contrapporre, porre contro), della derivazione (esporre), della posizione intermedia (frapporre), della sottomissione (sottoporre), della ripetizione (riporsi), del trasferimento (trasporre).
Si faccia attenzione, però, perché qualche prefisso può trarre in inganno le persone sprovvedute in fatto di lingua. I prefissi dis- e s- possono alterare il verbo in modo intensivo o negativo; occorre prestare molta attenzione, quindi, per non prendere delle clamorose cantonate: disperdere è l’intensivo di perdere, mentre sfiorire è il negativo di fiorire

16-08-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink