Il linguaggio iperbolico

L’iperbole, leggiamo dal Gabrielli, è «un traslato che consiste nell’esagerare in eccesso o in difetto una cosa allo scopo di dare un netto ed efficace risalto all’espressione». Di iperboli è pieno il parlar comune: sono stanco da morire. Vogliamo fare, in proposito, alcune considerazioni.
Nel linguaggio parlato e saporito del popolo ci è dato cogliere espressioni iperboliche veramente efficaci, come, per esempio, è un secolo che ti aspetto; tremo come una foglia; magro come uno stecchino; è un matto da legare e il classico affogare in un bicchier d’acqua.
Il linguaggio iperbolico, però, diventa un artificio stilistico se adoperato dai poeti e dagli scrittori come mezzo espressivo di effetto particolare. Bellissimo il verso del divino Dante «parea che l’aere ne temesse», a proposito di un leone che avanza verso di lui con fame rabbiosa.
Questo parlare per iperboli, però, può essere ammesso e consentito in poesia, nella quale la voce del sentimento è talmente intensa e imperiosa da non trovare affatto disdicevoli certune esagerazioni di linguaggio; può essere avvertito di frequente sulla bocca del popolo e dei giovani che per loro natura sono portati agli eccessi anche nel parlare; è inconcepibile — a nostro modo di vedere —  negli scritti in prosa.
Il parlare per iperboli dunque — a nostro avviso — non deve essere una costante negli scritti in prosa, credendo, così, di catturare l’attenzione dei lettori.
Questo consiglio è rivolto soprattutto ai giovani studenti, in questi giorni impegnati con gli esami di Stato: evitate il linguaggio iperbolico nei vostri componimenti. Ciò andrà a tutto vantaggio della scorrevolezza del vostro pezzo.

20-09-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink


Due negazioni speciali

Vi sono due negazioni che potremmo definire speciali: mai e mica.
La prima, propriamente, è un avverbio di tempo e indica negativamente una durata illimitata ed equivale, per tanto alle espressioni nessuna volta, in nessun tempo: «lo hai incontrato qualche volta? Mai» (nessuna volta). Alcuni sono soliti adoperare mai, da solo, all’inizio di frase con valore negativo come, per esempio, «mai detto nulla del genere». È un uso, questo, che ci sembra improprio e, quindi, da evitare in buona lingua italiana; è più corretto far precedere il mai dall’avverbio negativo non: «non ho mai detto nulla del genere».
L’altra negazione speciale (mica) è, invece, un sostantivo femminile che indica una parte piccolissima, una... briciola. Viene, infatti, pari pari dal latino mica (granello, briciola) e per  negare deve essere preceduto da un’altra negazione. Oggi è invalso l’uso — anche questo improprio — di adoperare mica assoluto (da solo): «ti piace quel libro? Mica». È un uso, ripetiamo, improprio, per non dire errato, senza un’altra negazione mica non nega un bel niente.
Da
“Sapere.it”:
«mìca
(pl. /mìche/) /s. f./
piccolo frammento, particella di una cosa qualsiasi; in particolare, briciola di pane
denominazione generica di vari minerali silicati, sfaldabili in lamine sottilissime, di lucentezza perlacea, talora vitrea, difficilmente fusibili
*/avv./,
usato soltanto in unione con una negazione, alla quale conferisce maggiore
efficacia: /non è mica vero ciò che dici/.*»

13-09-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink


No-profit

Da questo portale abbiamo sempre condannato l’uso dei barbarismi perché la nostra lingua è ricca di vocaboli che fanno alla bisogna per ogni occorrenza. La stampa, imperterrita, continua a... propinarceli a ogni piè sospinto. Pazienza. Li adoperasse, però, correttamente.

Le pagine economiche dei quotidiani sono piene di no-profit la cui grafia corretta è, invece, nonprofit. Questo profit deriva dal latino proficere che significa avvantaggiare ed è confluito nella lingua anglosassone tra il Cinquecento e il Seicento per poi tornare, imbarbarito, in patria.

Il vocabolo indica, in genere, quelle organizzazioni che nella loro missione non hanno come fine ultimo il raggiungimento del profitto (avvantaggiarsene): il termine più adoperato è not for profit. Un’azienda, quindi, è nonprofit quando l’utile che consegue non è ripartito tra i soci ma reinvestito nella sua attività.

Non profit è una locuzione giuridica di derivazione  inglese a sua volta derivata dal latino che significa senza scopo di lucro e si applica a organizzazioni i cui avanzi di gestione utili sono interamente reinvestiti per gli scopi organizzativi. In italiano si traduce generalmente con non lucrativo o non a scopo di lucro.

06-09-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink